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Omofobia a Ravenna

di Paola Patuelli

Possibile?
Che siano stati segnalati alla Rete della Regione contro le discriminazioni episodi di omofobia e transfobia accaduti in una scuola di Ravenna è per noi un fatto che contemporaneamente ci rattrista e ci rincuora.
Ci rattrista perché, in ogni caso, i fatti hanno dietro di sé e con sé molta umana sofferenza.
Ci rincuora perché la franchezza e il coraggio di chi ha segnalato gli episodi a chi di dovere testimonia la crescita di coscienza civile e di impegno per il riconoscimento di propri diritti, e perché la discussione pubblica del caso informa la cittadinanza della esistenza di una Rete contro la discriminazione istituita a livello regionale. Le persone che si sentono discriminate sanno, in questo modo, di non essere sole.

Se, come pare, una protagonista dell’episodio è una insegnante di religione cattolica, ci viene spontaneo dire “oportet ut scandala eveniant”.
In un tempo non lontano ( i tempi della storia ci sembrano lunghi, in realtà non lo sono) il timore dello scandalo, che procurava ostracismo, emarginazione o condanna per soggettività devianti rispetto alla norma sociale e culturale prevalente, soffocava molto, nascondeva, cercava di mantenere il paesaggio pulito e ordinato, favoriva la menzogna, l’ipocrisia, il conformismo insincero.
Le donne non sposate erano streghe, le intellettuali e le filosofe stranezze della natura (Ipazia di Alessandria, e tante altre, lo sperimentarono sul loro corpo negato, perché pensante e libero), le lesbiche creature immonde e impensabili. Come gli omosessuali, che, se davano troppo scandalo, finivano in tribunale, come è accaduto a Oscar Wilde e al giovane Pasolini.
Le prostitute sono state invece generalmente accettate anche se “recintate”. Anzi, erano la “salute” dei giovani e, quasi, salvafamiglie benemerite. Ed anche oggi a una parte di opinione pubblica non crea problema la prostituzione, considerata necessaria, purché rimanga invisibile, in tutte le sue nuove forme sociali.

Coraggio? Evidentemente ci vuole ancora coraggio per affermare la propria soggettività.
Possibile che a Ravenna, in questo tempo presente, sia un problema mostrasi per quello che si è?
In una città che si candida capitale europea della cultura?
In una città considerata un tempo luogo per eccellenza di laicità? Lo era veramente? Lo è?

Evidentemente c’è qualcosa di resistente, in Italia, più che in altri paesi, rispetto alla evoluzione dei costumi e della legislazione che ne dovrebbe seguire.

Che i matrimoni, e neppure le unioni civili, fra persone dello stesso sesso non siano possibili, e, queste ultime, non siano possibili neppure fra eterosessuali; che le varie forme di sessualità, che la carta dei diritti europea accoglie pienamente e dichiara non essere problema “sanitario” ma di libertà, non facciano ancora parte della civiltà giuridica italiana, segnala una storica e grave difficoltà del nostro paese a seguire l’evolversi dei costumi e del comune sentire, sempre più aperto alla libertà e al pieno riconoscimento delle soggettività, inevitabilmente plurali.

Perché in molti paesi d’Europa si (Spagna, Olanda, Belgio, Norvegia, Svezia, Portogallo), e in Italia no?
Anche negli USA, aiutati in questo caso dal diffuso pluralismo culturale e religioso, con il diretto impegno di Obama, si sta velocemente seguendo la strada della libertà. Sono ormai sette gli Stati in cui le persone omosessuali hanno il diritto di sposarsi.

Chi, in Italia, ha il compito di fare le leggi, le/i nostri rappresentanti in Parlamento, è opportuno che su tutto questo apra una radicale riflessione. C’è un grave ritardo da superare, anche nelle istituzioni. La legge Concia sull’omofobia fu affossata, nel 2009, dalla Camera.
E l’iter si è interrotto.

Nessuna credenza religiosa, per quanto maggioritaria, come è ancora la religione cattolica in Italia, può diventare freno nella legislazione, né può appoggiarsi a privilegi concordatari che le consentono uno spazio nelle scuole che, come il caso in questione indica, può creare problemi gravi nella sfera dei diritti e della dignità, in questo caso diritti semplicemente umani.

A chi rispondono del loro operato e delle loro azioni gli insegnanti di religione?
Se un dirigente scolastico afferma “cosa vi aspettate da una insegnate di religione?” vuole dire che la Res Publica, durante le ore di insegnamento di questa insegnante, resta fuori dalla porta.
Possibile, in una scuola pubblica, qualunque sia la materia insegnata, porre barriere e non riconoscere la piena umanità dell’altro o altra, diversa/o da te?

D’altra parte, abbiamo sentito un linguaggio violentemente omofobico pronunciato anche da politici con ruoli istituzionali, che possono legittimare e favorire, così, comportamenti violenti e aggressivi.
D’altra parte, l’omofobia non è un problema di natura specificatamente “religiosa”.

I valdesi accolgono nella loro fratellanza tutte e tutti, a prescindere dalle scelte sessuali, e recentemente un pastore valdese ha sposato due gay.

Il problema riguarda una anomalia italiana persistente. La privatizzazione dello spazio pubblico, il preteso monopolio di “una” Chiesa, con le sue gerarchie, nella sfera della vita, nascita, amore, matrimonio, morte; monopolio considerato sua “esclusiva”.

E il “sospetto” per le libertà, la convinzione che gli umani siano minorenni da condurre e tutelare con la propria concezione di bene, sempre.
Un caso italiano. Un problema, grande, di laicità incompiuta.

Il lavoro per la cultura della pluralità, delle soggettività, per la libertà responsabile va fatto quotidianamente.
La scelta delle giovani che hanno voluto rendere pubblico il loro caso è da apprezzare, molto.
Segnala cittadinanza attiva e responsabile, dignità e intelligenza.

La nostra associazione ha programmato un seminario di studio per il prossimo anno, sul tema Sessismi e razzismi di genere.
Invitiamo le giovani coraggiose, e anche i giovani, sperando che in tempi storici ragionevoli non sia più necessario essere coraggiose e coraggiosi per potere vivere pienamente la propria vita così come si è, e anche l’insegnante di religione con cui vorremmo confrontarci in una situazione di reciproca attenzione e rispetto, a condividere con noi questo percorso di studio.

Ravenna, 26 luglio 2011

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