Foto di una coppia gay che passeggia in campagna.

I volti molteplici della violenza patriarcale

A proposito di un  importante articolo di Lea Melandri

Quando “Nomina sunt consequentia rerum”?

Quando  le “cose” sono  visibili nelle spazio pubblico e, a seguire, nelle leggi.

Nel suo recente articolo in merito alla proposta di Legge Zan, Lea Melandri riporta al centro dell’attenzione  l’importanza che il femminismo ha, fin dai suoi inizi, dato alle parole dette e discusse nello spazio pubblico.

La parola  persona dice tutto della condizione degli esseri viventi di natura umana? O le parole uguaglianza dei cittadini Non lo dice.

Le donne della Assemblea Costituente lo sapevano bene. Fecero aggiungere, nell’art.3 della Costituzione – l’articolo della uguaglianza –  la parola sesso. Ci fu da discutere molto. Non pochi Costituenti maschi dissero che la parola cittadino contiene tutto. Le donne dissero di no e per merito loro l’art.3 fu arricchito. Un risultato non scontato. La storia ha poi sollevato altri veli allora pesanti come piombo, apparentemente inamovibili e impronunciabili.

La proposta di legge Zan nomina ciò che prima era nascosto o non detto. Finalmente. Risultato non piovuto dal cielo, ma maturato in decenni di vita vissuta, di impegno civile coraggioso, di fatiche improbe, di studio e di dibattito pubblico.  

Ma, ancora prima della rivoluzione femminista, una filosofa fuori da ogni scuola, Simone Weil,  in anni lontani, aveva detto che la parola persona è ambigua e astratta . Non a caso, diceva, “persona”, in latino, significa maschera. Un nascondimento che nulla dice di chi è in scena. Neppure la voce è riconoscibile. 

Invece, diceva questa strana filosofa platonica, è il corpo  ad essere, nei viventi, sacro. In  ogni sua parte. Metamorfosi comprese, aggiungiamo oggi, in tutte le forme che  la storia ci ha mostrato fin qui.

Finalmente vita e storia entrano nelle leggi per dare ossigeno alla libertà. Non sempre è accaduto. Troppo spesso è accaduto il contrario. A proposito di corpo e di leggi. In questo caso sta accadendo ed è  un risultato anche – direi soprattutto – della rivoluzione femminista.

Buona lettura.

Paola Patuelli

17 agosto 2020


I volti molteplici della violenza patriarcale entrano in Parlamento

Lea Melandri

Il riformista

11 agosto 2020

Non è stato facile per i movimenti femministi far in modo che esperienze essenziali dell’umano, come la sessualità, la maternità, i legami affettivi, non fossero catalogati come “questioni eticamente sensibili”, ma neppure ridotti a “questione di diritti”, orientamento prevalente di una sinistra che non aveva, quanto a problematiche del corpo, una visione propria da contrapporre all’integralismo cattolico. 

Far riconoscere la politicità della vita personale, la sua appartenenza da sempre alla storia e alla cultura dominante, e quindi segnata da rapporti di potere, sfruttamento e violenza  – che per le donne ha voluto dire negazione e alienazione del loro io profondo -, è stata la sfida di una rivoluzione che chiedeva cambiamenti radicali dell’ ordine esistente.

Che posto hanno avuto in questo percorso lento e pieno di ostacoli leggi e diritti, riconoscimenti giuridici e istituzionali? Quanto hanno pesato le “aporie della democrazia” per cui – come scriveva Giorgio Agamben – “la conquista di diritti, libertà” diventano fatalmente “iscrizione crescente dei corpi e delle vite nell’ordine statuale?”.

E’ una domanda che è tornata oggi di attualità nel dibattito che riguarda la proposta di Legge Zan, approdata alla Camera il 3 agosto. 

Alla richiesta originaria avanzata dal movimento lesbico, gay e trans di un allargamento della Legge Mancino alle discriminazioni legate all’orientamento e alla identità sessuale, si è aggiunta in un secondo tempo la misoginia.

Che le violenze contro le donne siano la struttura portante dell’ordine patriarcale, che ha posto come normativa l’eterosessualità, e considerato “naturale” fondamento della famiglia la coppia uomo e donna, stigmatizzando perciò come “anormali” tutti i soggetti e i comportamenti che non vi si riconoscono, dovrebbe essere una consapevolezza acquisita, così come il fatto che stiamo parlando di un fenomeno che non si risolve con le leggi ma con pratiche politiche adeguate al suo duraturo radicamento nelle esperienze di singoli e della comunità. 

Dell’ambiguo rapporto tra il corpo e la legge sono comparse tracce nella seduta parlamentare del 3 agosto in alcuni interventi delle deputate della maggioranza. “Le donne – ha detto Laura Boldrini – sono all’apice della piramide dell’odio, lo stesso odio che colpisce chi mette in discussione la cultura patriarcale, come le persone Lgbtq”.

Ciò non toglie che, in questo accostamento e come aggiunta a posteriori, la misoginia rischi di collocare le donne tra le minoranze da tutelare, e di fare del rapporto con gli altri soggetti, nominati dalla legge nelle loro specificità, soltanto “la somma algebrica di identità sociali differenti, certificata  – come scrive Ida Dominijanni su Internazionale (3/8/20) sulla base di identità teoriche e giuridiche, piuttosto che come una costruzione politica basata su pratiche condivise”.

Prima fra tutte la pratica del partire da sé. “Effetti collaterali” – scrive sempre Dominijanni – di questa categorizzazione, che potrebbe moltiplicarsi  – come si è visto nella discussione parlamentare, fino a includere come comportamenti da sanzionare e tutelare l’aspetto fisico, estetico, condizioni sociali ed economiche -, sono, per un verso, la segmentazione identitaria, l’accentuazione di divergenze interne alla galassia femminista e lgbtq+, e per l’altro, l’opportunità offerta alla destra di evocare il pericolo della ideologia gender, di una invasione gay e trans contro la famiglia “normale”.

Per evitare  questa deriva, una soluzione possibile avrebbe potuto essere quella di non introdurre “norme antidiscriminatorie riferite a specifiche categorie di soggetti, e rafforzare principi e norme di carattere generale”.

In sostanza, come suggeriva lo stesso presidente della Corte costituzionale, Cesare Mirabelli, “lasciare immutata la Legge Mancino e introdurre nell’articolo 61 del codice penale, oltre ai motivi futili e abbietti, un’altra aggravante per atti lesivi della persona, senza altre specificazioni.

Sull’indeterminatezza delle categorie di sesso e genere, sul rischio di fare leggi specifiche difficilmente applicabili, creando “categorie di persone in senso proprio e radicare differenze invece di promuovere l’uguaglianza”, sono tornati a più riprese i parlamentari dell’opposizione, ed era chiaro che il fine, per altro dichiarato, era quello di rimettere al centro la “persona”, gli “individui”, “non distinguibili per sesso, razza, etnia, religione, difendere valori, come la famiglia “naturale”, considerati a loro volta a rischio, come se non fossero stati da sempre i pilastri del potere patriarcale.

Anche trascurando il capovolgimento delle parti, tra la vittima e l’aggressore, a cui ci ha abituato da tempo la politica, resta l’interrogativo se nominare e dare riconoscimento giuridico a soggetti lgbtq+, fatti oggetto di violenza e discriminazioni “per quello che sono”, non diversamente dalle donne, significhi un allargamento delle teorie e pratiche del femminismo o una svolta destinata a creare divisioni e scontri frontali.

Al centro delle divergenze c’è il rapporto tra sesso e genere, un tema che ha attraversato più o meno esplicitamente il percorso del movimento delle donne fin dagli anni ’70, e che l’esperienza dei trans – di chi non si riconosce nel sesso di nascita – ha reso ancora più problematico, in quanto richiesta che a essere riconosciuta anche giuridicamente sia l’ “identità di genere”.

Non c’è dubbio che, insieme all’orientamento sessuale che ha portato sulla scena soggetti finora invisibili – costretti a nascondersi e vergognarsi-, gay e lesbiche, sono soprattutto le minoranze trans a intaccare più profondamente il determinismo biologico che sta alla base della differenziazione tra i sessi, la presunta “naturalità” degli attributi del maschile e del femminile, e dell’istituzione famigliare. Le trasformazioni che sono avvenute, sia pure lentamente, nel tessuto sociale e culturale del nostro paese, si può dire che hanno fatto il loro ingresso nel dibattito parlamentare proprio perché si è usciti dalla genericità del concetto di “persona”nominando, tra le altre “differenze”  -sesso, etnia, razza, religione, ecc.- , quelle che più radicalmente possono sovvertire l’ordine patriarcale.

Stupisce che nel dibattito che si è aperto all’interno del movimento delle donne, che per altro non è mai stato un “noi”, un “soggetto politico”, ma un pluralità di voci, sia stata così poco nominata la rete Non Una Di Meno, che, per la ricerca di nessi tra le molteplici “identità” di cui sono fatte le nostre vite, si definisce a livello globale femminista e trans femminista, segnalando in questo modo quanto molteplice e contraddittorio sia il radicamento culturale e politico del patriarcato.

*Credits: Foto di Julie Rose da Pixabay

Bandiera dell'Europa che sventola dal pennone di un edificio.

Lettera aperta sulla questione Polonia e Convenzione di Istanbul

La Polonia e la Convenzione di Istanbul: iniziativa promossa da Senonoraquando con una petizione alla UE alla quale hanno aderito associazioni e persone singole. Chi vuole può firmare la lettera su Change.org a questo indirizzo.

Gentile Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen,
Gentile Presidente del Parlamento europeo David Sassoli,
Gentile Commissaria europea per i Diritti umani Dunja Mijatović,
Gentile Commissaria europea per l’Uguaglianza, Helena Dalli,
Gentile Presidente del Consiglio europeo Charles Michel,
Gentile Presidente della Corte europea dei diritti dell’uomo Robert Ragnar Spanò,
Gentili Componenti del Comitato dei Ministri (CM)


Siamo molto preoccupate per la decisione del Governo polacco di voler intraprendere il procedimento di recesso dalla Convenzione di Istanbul sia per le ripercussioni sul piano concreto per le donne polacche, sia per la sua motivazione in quanto la stessa contiene “concetti ideologici” non condivisi dall’attuale esecutivo polacco, fra cui quello del sesso “socio-culturale” in opposizione al sesso “biologico”.

Questa motivazione, assai pericolosa e insidiosa, però non stupisce, in quanto già da tempo siamo consapevoli che la Polonia e gli altri Paesi sovranisti stanno portando avanti una politica per cui le donne continuano a subire numerose violazioni dei loro diritti in materia di salute sessuale e riproduttiva e assistiamo al perdurare di normative, politiche e prassi che limitano e compromettono seriamente la salute sessuale e riproduttiva delle donne, la loro autonomia, dignità, integrità e il loro potere decisionale.

Per questo è molto pericoloso, anche per tutta l’Unione Europea, che si affermino concetti di ostilità al genere e all’identità di genere che rischiano di riportare l’Europa indietro rispetto ai diritti umani fondamentali legati alla sessualità e alla riproduzione e che nascondono il vero obiettivo: mantenere il controllo sulle donne e sulla loro autodeterminazione.

L’Europa con la Risoluzione 2019/2855(RSP), Résolution sur l’adhésion de l’UE à la Convention d’Istanbul et autres mesures de lutte contre la violence à caractère sexiste del Parlamento europeo ha votato l’adesione dell’UE alla Convenzione di Istanbul sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne.


E con numerose risoluzioni ha invitato le Istituzioni europee a procedere senza indugio alla ratifica della Convenzione di Istanbul, il primo strumento internazionale vincolante riguardante la lotta alla violenza contro le donne, adottata dal Consiglio d’Europa nel 2011. Marija Pejčinović Burić, Segretaria generale del Consiglio d’Europa (la principale organizzazione del continente per la difesa dei diritti umani), afferma:

“La Convenzione di Istanbul è il principale trattato internazionale del Consiglio d’Europa per combattere la violenza contro le donne e la violenza domestica”.

Marija Pejčinović Burić

A novembre 2019 il Parlamento europeo manifestava la propria preoccupazione verso “gli attacchi e le campagne contro la Convenzione in alcuni paesi, che si basano su un’interpretazione errata e su una presentazione non corretta del suo contenuto al pubblico”; invitava nuovamente tutti gli Stati membri che non l’avessero ancora fatto a ratificarla (Bulgaria, Repubblica Ceca, Ungheria, Lituania, Lettonia, Slovacchia e Regno Unito) e ribadiva al contempo che “tutti gli Stati membri dovrebbero garantire che la Convenzione sia attuata e applicata correttamente, assegnando finanziamenti adeguati e risorse umane ai servizi predisposti” [https://www.europarl.europa.eu/news/it/press-room/20191121IPR67113/convenzione-di-istanbul-tutti-gli-stati-membri-devono-ratificarla-senza-indugio]: l’Italia, per esempio, ha ratificato nel 2013 la Convenzione ma concretamente persistono carenze e leggi inadeguate e, a volte, in contrasto con la Convenzione (così come certificato dal rapporto del GREVIO, gruppo di monitoraggio presso il Consiglio d’Europa).

È evidente che in molti Paesi europei, la violenza di genere non è ancora considerata un problema urgente e prioritario.

Il 27 luglio 2020, la Polonia (stato membro dell’Europa dal 2004) ha iniziato le procedure per uscire dalla Convenzione di Istanbul. È il primo Stato del Consiglio a prendere una simile decisione. Il governo polacco in passato aveva già presentato due disegni di legge per eliminare l’educazione sessuale dalle scuole e per rendere illegale l’aborto (pur essendo quest’ultimo già “concesso” solo in casi estremi: per stupro, incesto o gravi motivi di salute): disegni di legge bloccati a seguito di numerose proteste popolari.

Le azioni del PiS rientrano pienamente nel programma di “Agenda Europa”[https://www.epfweb.org/sites/default/files/2020-05/online_epf_italiano_definitivo_compressed_0.pdf] contro i diritti umani in materia di sessualità e riproduzione.

Le donne polacche stanno cercando di contrastare queste politiche con lo sciopero indetto dal “Poland Women Strike” che, ci ricorda Klementyna Suchanow, leader del movimento, è stato indetto per “chiedere all’Unione Europea che i fondi europei siano erogati tenendo conto dell’effettivo rispetto dei diritti umani e per questo invita tutti i cittadini europei a tenere alta l’attenzione su questo caso facendo pressione sui propri parlamentari”.

Abbandonare la Convenzione di Istanbul, ci ricorda Suchanow, è un modo per legalizzare la violenza domestica.

La presa di posizione dell’attuale Governo polacco, inoltre, crea un precedente pericoloso, soprattutto per le motivazioni presentate dal ministro della Giustizia Zbigniew Ziobro. Inutile ribadire la strumentalizzazione che Ziobro fa del concetto di “genere” (d’altra parte la narrazione tossica dell’“ideologia gender” è il cavallo di battaglia dei partiti reazionari e ha oramai una storia quasi ventennale); inutile evidenziare come utilizzi una pericolosa contrapposizione tra, da un lato, le tradizioni e le leggi polacche e, dall’altro, la “Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica”; inutile sottolineare che è in atto il più sfrontato e pericoloso attacco alla libertà, all’autonomia, all’autodeterminazione, alla salute delle donne in Europa; inutile ancora marcare il fatto che le istanze delle comunità LGBTQIA+ sono usate come grimaldello per scardinare il primo e più basilare dei diritti che deve essere riconosciuto a ogni persona: il diritto ad avere diritti.

Il governo polacco è riuscito dove altri Stati ancora non sono arrivati, pur facendo di tanto in tanto vari tentativi per limitare diritti oramai acquisiti dalle donne (per esempio in Italia con il ddl Pillon, ancora quiescente, che rientra a pieno titolo nel progetto “Ristabilire l’ordine naturale” di “Agenda Europa”): una mossa ispiratrice, quella polacca, per coloro che considerano la Convenzione di Istanbul un pericolo per l’assetto sociale. Ma di quale assetto sociale stiamo parlando?

Se la società di riferimento è una società basata sulla supremazia del maschio e sul patriarcato non c’è che dire: la Convenzione di Istanbul è molto pericolosa perché punta a migliorare le condizioni di vita delle donne, mettendo in atto azioni che possano prevenire la violenza, favorire la protezione delle vittime e impedire l’impunità dei colpevoli.

Questa volta, non sta solo a noi reagire. Certo, faremo l’ennesima petizione online, scenderemo in piazza, commenteremo sui social con veemenza e preoccupazione, scriveremo articoli, organizzeremo presidi e manifestazioni contro una decisione che, con un colpo di spugna, cancella anni di lotte faticose e diritti conquistati. Ma oggi queste azioni non bastano più.

Chiediamo che il Parlamento europeo si schieri al nostro fianco e prenda una posizione chiara e netta, rimarcando con fermezza il fatto che esistono – per riconoscersi a pieno titolo come Stato membro dell’Unione europea – diritti universali che non devono più essere messi in discussione. Perché, se le uniche voci a levarsi saranno quelle dalle piazze e dalle strade, se le uniche dichiarazioni saranno quelle rilasciate alle conferenze stampa, se si ignorerà che l’Europa tutta è coinvolta in questa grave decisione del Governo di Andrzej Duda, allora il 27 luglio 2020 passerà alla storia come il giorno in cui non solo la Convenzione di Istanbul diventerà carta straccia, ma anche come il giorno in cui si dirà esplicitamente che in Europa le donne non hanno valore.


Text in English

The decision by the Polish government to initiate the repeal of the Istanbul Convention is cause of grave concern, both for its direct consequences on the lives of polish women, and for its rationale, which cites “ideological concepts” opposed by the current polish administration, including the opposition between “socio-cultural” and “biological” gender. As dangerous as it is, this argument does not come as a surprise, as we have been aware for some time that Poland and other Eurosceptic countries are carrying out policies which undermine women’s rights concerning their sexual and reproductive health, as well as their autonomy, dignity, integrity and their own decisional power.

Therefore, it is very dangerous, for the European Union as well, to let this kind of hostility towards gender and gender identity rise, since it might take Europe several steps back regarding fundamental human rights related to sexuality and reproduction, while hiding the real intention behind such a decision, which is to keep control over women and their own self-determination.


The European Union, with the European Parliament resolution B8-1235/2016, has voted the EU’s accession to the Istanbul Convention on preventing and combating violence against women and domestic violence.


And, with several resolutions, it has encouraged the EU Council to proceed immediately with the ratification, on behalf of the European Union, of the Istanbul Convention, the first binding international tool combating violence against women, adopted by the European Council in 2011.

Marija Pejčinović Burić, general secretary of the EU Council, the main European agency for the defence of human rights, states: “The Istanbul Convention is the main international treaty for combating violence against women and domestic violence”.

In November 2019, the European Parliament expressed its own concern regarding “the attacks and the campaigns against the Convention in some countries, which are based on an incorrect interpretation and presentation of its content to the public”, and invited all member States which had not yet ratified it to do so (Bulgaria, Czech Republic, Hungary, Lithuania, Latvia, Slovakia and the United Kingdom), while also reiterating that “all member States should ensure that the Convention is implemented and applied properly, thus assigning proper financing and human resources to the services provided for”: Italy, for example, has ratified the Convention in 2013 but flaws and inadequate laws still exist, as documented by GREVIO, the EU Council monitoring group.

As it is evident, many European countries still do not see gender-based violence as a pressing issue.
On 27th July 2020, Poland (member of the EU since 2004) has started the process of repeal of the Istanbul Convention. It is the first member state to make such a decision. The Polish government had already introduced two bills to remove sexual education from school programmes and to make abortion illegal (although it is already only “allowed” in extreme circumstances, such as rape, incest or serious health issues). Following several protests, these bills were stopped. The actions carried out by the PiS fully fall into the programme “Agenda Europa” against human rights regarding sexuality and reproduction.

Polish women are attempting to oppose these policies through a strike called by the “Poland Women Strike” which, as Klementyna Suchanow, a movement’s leader, reminds us, was convened to
“..demand of the EU that the European funds be allocated bearing in mind the actual Human Rights compliance records”, therefore inviting “all European citizens to keep their attention high on this matter, exerting pressure on their representatives” “Withdrawing from the Istanbul Convention , says Suchanow, is a way to legalize domestic violence”

Furthermore, Poland’s decision to repeal the Istanbul Convention establishes a dangerous precedent, mainly for the reasons produced by Minister of Justice Zbigniew Ziobro. We shouldn’t need to point out the exploitation that Ziobro makes of the concept of “gender” (then again, the toxic narrative of the “gender ideology” has been the workhorse of reactionary parties for almost twenty years now); to highlight how he uses a dangerous opposition between, on one hand, polish laws and traditions and, on the other, the “Istanbul Convention on preventing and combating violence against women and domestic violence”; we shouldn’t need to stress that what is going on is the boldest and most dangerous attack to freedom, autonomy, self-determination and health of women all over Europe; we shouldn’t need to remark that LGBTQIA+ claims are used as the picklock to unhinge the first and most fundamental right anyone deserves: the right to have rights.

The Polish government has succeeded where many other countries still could not, despite there being various attempts carried out to limit the rights women have already acquired through the years (for example, in Italy the Pillon bill, still quiescent, falls right into the project to “Rebuild the natural order” by “Agenda Europa”): what Poland did can be seen as somehow inspiring by those who consider the Convention to be a danger for social order. But what social order are we talking about? If the society we refer to is the one based on male supremacy and on the patriarchy, then there’s not much else to say: the Convention is very dangerous because it aims to better women’s lives conditions, by implementing actions that can prevent violence, enhance victims ’protection and keep the perpetrators from staying unpunished.

This time, it is not just up to us to react. Yes, we will publish yet another online petition, we will take to the streets, we will comment on social media, write articles, organise protests against a decision that is attempting to erase years of hard fighting and conquered rights. But today, this is not enough anymore.

We ask the European Parliament to side with us and take a clear and unequivocal stand, firmly stating that there are universal rights that need not be questioned anymore. Because, if the only voices rising will be those from the streets, if the only statements will be those made during press conferences, if we forget that Europe as a whole is involved in this grave decision made by Andrzej Duda’s government, then the 27th of July 2020 will not only mark the day when the Istanbul Convention becomes waste paper, but it will also be remembered as the day when it became clear that women still have no value in today’s Europe.


Texte en Français

Nous sommes très préoccupés par la décision du gouvernement polonais de vouloir entreprendre le processus de retrait de la Convention d’Istanbul à la fois pour les répercussions sur un plan concret pour les femmes polonaises, et pour sa motivation car elle contient des «concepts idéologiques» non partagés par l’exécutif polonais actuel, y compris celui sur le sexe «socioculturel» par opposition au sexe «organique».

Cette motivation, qui est cependant très dangereuse et insidieuse, n’est pas surprenante, puisque depuis un certain temps, nous savons que la Pologne et les autres pays souverainistes-populistes mènent une politique à cause de laquelle les femmes continuent de subir de nombreuses violations de leurs droits en matière de santé sexuelle et reproductive et nous assistons à la poursuite de réglementations, politiques et pratiques qui limitent et compromettent gravement la santé sexuelle et reproductive des femmes, leur autonomie, leur dignité, leur intégrité et leur pouvoir de décision.

C’est pourquoi il est très dangereux, également pour toute l’Union européenne, d’affirmer des concepts d’hostilité à l’égard du genre et de l’identité de genre qui risquent de ramener l’Europe en arrière par rapport aux droits humains fondamentaux liés à la sexualité et à la reproduction et qui cachent le véritable objectif, celui de garder le contrôle sur les femmes et leur autodétermination.

L’Europe avec la Résolution 2019/2855 (RSP), Résolution sur l’adhésion de l’UE à la Convention d’Istanbul et autres mesures de lutte contre la violence à caractère sexiste du Parlement européen a voté pour l’adhésion de la UE à la convention d’Istanbul sur la prévention et la lutte contre la violence à l’égard des femmes.

Et avec de nombreuses autres résolutions, elle a appelé les institutions européennes à procéder sans tarder à la ratification de la Convention d’Istanbul, premier instrument international contraignant concernant la lutte contre la violence à l’égard des femmes adopté par le Conseil de l’Europe en 2011.
Marija Pejčinović Burić, Secrétaire Générale du Conseil de l’Europe (la principale organisation du continent pour la défense des droits de l’homme), déclare: “La Convention d’Istanbul est le principal traité international du Conseil de l’Europe pour lutter contre la violence à l’égard des femmes et violence domestique “.

En novembre 2019, le Parlement européen s’est déclaré préoccupé par “les attaques et campagnes contre la Convention dans certains pays, qui reposent sur une interprétation incorrecte et une présentation inexacte de son contenu au public” et invitait à nouveau tous les États membres qui ne l’avaient pas encore fait de la ratifier (Bulgarie, République tchèque, Hongrie, Lituanie, Lettonie, Slovaquie et Royaume-Uni), et en même temps réitérait que “tous les États membres devraient veiller à ce que la convention soit mise en oeuvre et appliquée correctement, en attribuant un financement et des ressources humaines adéquats pour les services fournis ” [https://www.europarl.europa.eu/news/it/press-

Il est clair que dans de nombreux pays européens, la violence sexiste n’est pas encore considérée comme un problème urgent et prioritaire.
Le 27 juillet 2020, la Pologne (qui est membre de l’Europe depuis 2004) a entamé des procédures de sortie de la Convention d’Istanbul. C’est le premier État du Conseil à prendre une telle décision.

Le gouvernement polonais avait déjà présenté dans le passé deux projets de loi visant à éliminer l’éducation sexuelle dans les écoles et à rendre l’avortement illégal (bien que ce dernier ne soit déjà “accordé” que dans des cas extrêmes: comme en cas de viol, d’inceste ou pour raisons graves de santé): projets de loi bloqués suite à de nombreuses manifestations populaires. Les actions PiS font partie intégrante du programme Agenda Europe (https://www.epfweb.org/sites/default/files/2020-

Les femmes polonaises tentent de contrer ces politiques avec la grève déclenchée par le “Poland Women Strike” qui, nous rappelle Klementyna Suchanow, leader du mouvement, a été organisé pour “demander à l’Union européenne que les fonds européens soient attribués à condition de prendre en compte le respect effectif des droits de l’homme et elles appellent donc tous les citoyens européens à rester attentifs à cette affaire en faisant pression sur leurs propres parlementaires “.

Klementyna Suchanov nous rapelle que “Quitter la Convention d’Istanbul est une manière de légaliser la violence domestique.”
En outre, la position prise par le gouvernement polonais actuel crée un dangereux précédent, en particulier pour les raisons présentées par le ministre de la Justice Zbigniew Ziobro.

Il est inutile de répéter l’exploitation que Ziobro fait du concept de «genre» (d’autre part, le récit toxique de «l’idéologie du genre» est le cheval de bataille des partis réactionnaires qui a maintenant près de vingt ans d’histoire); il est inutile de souligner comment il utilise un contraste dangereux entre, d’une part, les traditions et les lois polonaises et, d’autre part, la “Convention du Conseil de l’Europe sur la prévention et la lutte contre la violence à l’égard des femmes et la violence domestique” ; il va sans dire que c’est l’attaque la plus effrontée et la plus dangereuse contre la liberté, l’autonomie, l’autodétermination et la santé des femmes en Europe ; inutile encore de marquer le fait que les instances faites par les communautés LGBTQIA + servent de médiator pour reconnaitre le premier et le plus élémentaire des droits qui doivent être reconnus à chaque personne: le droit d’avoir des droits.

Le gouvernement polonais a réussi là où d’autres États ne sont pas encore parvenus, bien qu’ils fassent de temps en temps diverses tentatives pour limiter les droits désormais acquis par les femmes (par exemple en Italie avec le projet de loi Pillon, toujours en sommeil, qui fait partie intégrante du projet “Restaurer l’ordre naturel “de” l’Agenda Europa “): l’initiative polonaise est inspirente surtout pour ceux qui considèrent la Convention d’Istanbul comme un danger pour la structure sociale.

Mais de quelle structure sociale parle-t-on? Si la société de référence est une société basée sur la suprématie du mâle et sur le patriarcat, il n’y a rien à dire: la Convention d’Istanbul est très dangereuse car elle vise à améliorer les conditions de vie des femmes, en mettant en oeuvre des actions qui peuvent prévenir la violence promouvoir la protection des victimes et empêcher l’impunité des coupables.

Cette fois, ce n’est pas seulement à nous de réagir. Bien sûr, nous ferons une autre pétition online, nous descendrons dans la rue, nous commenterons les réseaux sociaux avec véhémence et inquiétude, nous écrirons des articles, nous organiserons des sit-in et des manifestations contre une décision qui, d’un coup d’éponge, efface des années de luttes fatigantes et des droits acquis. Mais aujourd’hui, ces actions ne suffisent plus.

Nous demandons au Parlement européen de prendre parti avec nous et de prendre une position claire et nette,(pour se réaffirmer pleinement en tant qu’État membre de l’Union européenne ) en soulignant fermement le fait qu’il existe des droits universels qui ne doivent plus être remis en question.

Car, si les seules voix à se faire entendre seront celles des places et des rues, si les seules déclarations seront celles faites lors des conférences de presse, si l’on ignore que toute l’Europe est impliquée dans cette grave décision du gouvernement d’Andrzej Duda, alors le 27 Juillet 2020 sera le jour où non seulement la Convention d’Istanbul deviendra du papier chiffon, mais aussi le jour où il sera explicitement dit que les femmes n’ont aucune valeur en Europe.



SeNonOraQuando? Coordinamento nazionale Comitati
Casa Internazionale delle Donne
Associazione D.i.Re – Donne in Rete contro la violenza

Differenza Donna Ong
Rete dei Centri del Telefono Rosa
Magistratura Democratica
Rete per la Parità
CGIL Politiche di genere
Rete Lenford Avvocatura per i Diritti LGBTI
Dallastessaparte
Action Aid Italia
Rebel Network
One Billion Rising
Toponomastica femminile
ANPI Coordinamento nazionale donne
Assist Associazione Nazionale Atlete
Osservatorio P.O. Politiche di genere Auser Nazionale
DonneinQuota
DonneXDiritti
Ass. GIUdT Giuriste d’Italia
AGEDO nazionale
Ladynomics
Manden diritti civili e legalità
FISH Federazione Italiana superamento Handicap

Susanna Camusso, CGIL politiche di genere
Michela Marzano, Scrittrice, Professoressa ordinaria di filosofia morale all’Université Paris Descartes (SHS – Sorbonne)

Gustavo Zagrebelsky, già Presidente della Corte Costituzionale
Anna Rossomando, Senatrice, Vice Presidente del Senato
Valeria Valente, Senatrice, Presidente Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio, nonché su ogni forma di violenza di genere
Laura Boldrini Deputata, già Presidente della Camera
Monica Cirinnà, Senatrice
Daniela Colombo, Past President AIDOS (Women in Development), EFFE Rivista Femminista
Lea Melandri, Intellettuale femminista
Livia Turco, Presidente Fondazione Nilde Iotti
Laura Onofri, Presidente SenonOraQuando? Torino
Alessia Mosca, già Parlamentare europea
Elisabetta Camussi, Professoressa associata di Psicologia sociale Università di Milano Bicocca
Marina Calloni, Professoressa di filosofia politica e sociale, Direttrice del Centro ADV – Against Domestic Violence, Università di Milano-Bicocca
Elisabetta Tarquini, Magistrata – Firenze
Maura Nardin, Corte di Cassazione
Giulia Marzia Locati, Magistrata – Torino
Francesca Romana Guarnieri, Avvocata
Anna Terzi, Magistrata – Trento
Carla Ponterio, Magistrata Corte di Cassazione
Maura Nardin, Magistrata Corte di Cassazione
Nicola Tritta, Magistrato – Torino
Emilio Sirianni, Magistrato – Cosenza
Fabrizio Filice, Magistrato – Vercelli
Manuela Manera, linguista
Pia Locatelli, già Parlamentare italiana ed europea

Cecilia D’Elia, Portavoce nazionale Donne Democratiche
Giorgia Serughetti, Ricercatrice Università di Milano Bicocca
Chiara Gribaudo, Deputata
Susanna Cenni, Deputata
Norma De Piccoli, Professoressa ordinaria di Psicologia sociale, Università degli Studi di Torino
Eva Desana, Professoressa ordinaria Dipartimento di Giurisprudenza Università degli Studi di Torino
Barbara Pezzini, Professoressa ordinaria di Diritto costituzionale Università di Bergamo
Laura Cavatorta, Socia EWDM – European Women’s Development Management
Joëlle Long, Professoressa associata Dipartimento di Giurisprudenza Università degli Studi di Torino
Federica Turco, Università degli Studi di Torino
Mia Caielli, Professoressa associata Dipartimento di Giurisprudenza Università degli Studi di Torino
Beatrice Manetti, Ricercatrice Dipartimento di Studi Umanistici, Università degli Studi di Torino
Elettra Stradella, Professoressa di Diritto pubblico comparato, Università di Pisa
Marilù Chiofalo, Professoressa di Fisica, Università di Pisa
Enza Pellecchia, Professoressa di diritto privato, Università di Pisa
Monia Azzalini , Osservatorio di Pavia e Università Cà Foscari
Anna Lorenzetti Ricercatrice Università di Bergamo
Michela Quagliano, Avvocata
Cristina Rossello, Deputata
Giovanna Martelli, già Parlamentare italiana
Marcella Corsi, Economista
Cecilia Robustelli, Linguista Professoressa ordinaria Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia
Agnese Canevari

Stefania Cavagnoli, Professoressa Associata Università di Roma Tor Vergata
Franca Giansoldati, Giornalista
Mimma Calligaris, CPO Federazione nazionale Stampa Italiana
Monica Pietrangeli, CPO USIGRAI Unione Sindacale Giornalisti Rai
Silvia Garambois, Presidente GiULiA Giornaliste
Stefanella Campana, Giornalista
Alessandra Bocchetti, Scrittrice femminista
Elisa Ercoli, Presidente Differenza Donna Ong
Giovanna Badalassi, Esperta di Economia di genere
Cristina Trucco, Scrittrice
Paola Sdao, Docente Università della Calabria, Campus di Arcavacata
Azzurra Rinaldi, Economista
Giulia Barbucci, CGIL politiche internazionali
Silvana Cappuccio CGIL politiche internazionali
Rosanna Oliva De Conciliis, Presidente Rete per la parità
Luisa Betti, Giornalista esperta diritti umani
Laura Cima già Parlamentare
Letizia Lambertini, Ricercatrice e formatrice su prevenzione della violenza di genere ed empowerment delle donne in contesti migratori
Marcella Filippa, Storica
Enrica Guglielmotti, Medica
Maria Grazia Sangalli, Avvocata
Giulio Fornero, Medico
Rossella Zerbi, Direzione nazionale ANAAO
Marina Morpurgo, Scrittrice

Sissi Prader, Direttrice Museo delle Donne/Frauenmuseum
Cinzia Guido, Assessora Cultura e Pari Opportunità Municipio I Roma
Francesco Lepore, Giornalista
Enrica Valfrè, Segretaria generale CGIL Torino
Elena Petrosino, Politiche di genere CGIL Torino
Maddalena Vianello, Femministerie
Marina Della Rocca, Ph.D, Antropologa
Mussi Bollini, già Presidente CPO Rai
Loredana Taddei, Giornalista
Fulvia Astolfi, Avvocata
Marinella Perrone, Teologa
Fabiana Pierbattista, Giurista
Paola Guazzo, Giornalista
Licia Martella, Roma
Teresa Manente, Avvocata
Luisa Rizzitelli, Imprenditrice
Stefania Anarkikka, Artista
Anna Carabetta, Artista
Elena Rosa, Presidente Associazione LOFFICINA
Silvia Menecali, Sociologa
Nadia Mazzardis, Imprenditrice Bolzano
Silvia Motroni, Susanna Motroni, attiviste SeNonOraQuando? Livorno
Stefania Albis, Gabriella Congiu, Cinzia Ballesio, Luisella Zanin, Clara Bondesani, Maria Teresa Sorrentino, Miresi Fissore, Anna Sburlati, Stefania Graziani, Silvana Appiano, Albertina Bollati, Sofia Massia, Maria Antonietta Macciocu, Elena Marchetti, attiviste SeNonOraQuando?Torino

Donata Bertoletti, Elisabetta Cabrini ,Vera Castellani, Emanuela Ghinaglia, Maria Giulia Ghinaglia,
Nicoletta Laurenti, Simona Mele, Tamara Messina, Maria Teresa Perin, Daniela Polenghi, Patrizia Politi, Chiara Rizzi, Franca Zucchetti, Giuseppina Zucchi, attiviste Cremona

Donatella Gibbin, Laura Barozzi, Luisella Apra’, Maria Grazia Modolo, Maria Teresa Sega, Franca Fracasso, Palma Gasparrini, Vilma Cappello, Delia Murer, Primarosa Perale, Margherita Bugato, Gabriela Camozzi, Simonetta Luciani, attiviste SeNonOraQuando? Venezia
Giuliana Brega, Concetta Contini, Anna Olivucci, Tamara Ferretti, Maria Manganaro, Suny Vecchi, attiviste SeNonOraQuando? Ancona 13 febbraio
Andreina Baruffini Gardini, Roberta Corbellini, Rosalba Perini, Clara Orso, Liviana Calabrò, Chiara Zanetti, Maria Pia Tamburlini, Manuela Maieron, Chiara Gallo, Rita Martin, Paolo Gris, attiviste/i SeNonoraquando? Udine
Claudine Escamez, Gemma Macagno, Liliana Meinero, Ester Odella, Fernanda Vertamy, attiviste SeNonOraQuando? Cuneo
Bruna Biondo, Elisa Comparetti, Elisabetta Illario, Marina Mura, Diletta Mureddu, Rita Murgia Laura Muscas, Agnese Onnis, Valentina Spanu, attiviste SeNonOraQuando? Cagliari
Ekaterina Menchetti , Maria Francesca Fasano, Sylvie Isabelle Kaminski, Giulia Bortolini, Franchina Tresoldi, Danila Baldo, attiviste SenonOraQuando?Lodi
Alice Vergnaghi, Daniela Fusari, Patrizia Berra, Sara Marsico, Maria Luisa Arduini, Marco Peccenati, Monica Rossi, Monica Orlando, Simona Belloni, Maria Laura Saccani, Giordana Pavesi, Federica Maccario, Daniela Anna De Carlo, Venera Tomarchio, attiviste Toponomastica femminile
Adelina Talamonti , Operatrice di un centro anti-violenza e antropologa.
Sesa Amici, attivista Roma
Grazia Giancaterina, Differenza Donna ong
Serena Roveta, Differenza Donna Ong

CIRSDe Centro Interdisciplinare di Ricerche e Studi delle Donne e di Genere Università degli Studi
di Torino
Centro Elena Cornaro per i saperi, le culture e le politiche di genere dell’Università degli Studi di Padova.
Centro di Women’s Studies dell’Università della Calabria
Giuristi Democratici Torino
ANAO Donne regione Piemonte

Camera minorile di Torino
ARCI Torino
APID Imprenditorialità Donna Torino
Telefono Rosa Lazio
Telefono Rosa Piemonte
Centri antiviolenza Me.dea onlus – Alessandria e Casale
Mai+sole Savigliano
Associazione Punto a capo – Chivasso
CAV Cosenza
Casa delle donne, Torino
Coordinamento Torino Pride
Associazione Prospettive Comuni
Associazione Radicale Certi Diritti
Associazione LOFFICINA
International Help Onlus
AIDM Associazione italiana Donne Medico Torino
Casa delle Donne e Centro Antiviolenza l’una per l’altra Viareggio
Associazione antiviolenza Demetra Donne in aiuto di Lugo (Ravenna)
Associazione Mai più violenza – Nevermind violence ODV.
Associazione SCoSSE
Associazione VoceDonna
Associazione Le Rose di Gertrude
Gruppo Marija Gimbutas di Sasso Marconi (Bologna)
MAIS – Movimento per l’Autosviluppo, l’Interscambio e la Solidarietà Ong
I sentinelli di Milano

Associazione Manden diritti civili e legalità
Se Non Ora Quando- S. Donà (Venezia)
Agedo Rimini Cesena per la Romagna
Associazione Femminile Maschile Plurale di Ravenna
Polis Aperta
Associazione Cassandra D
Forum delle donne di Forli
Città per le donne, Cuneo
Associazione La Tenda della Luna Torino
Associazione Rose Rosse APS di Castel Maggiore BOLOGNA
LeNove – Studi e ricerche sociali
Laboratorio politico donne per la città, Cuneo
Associazione di promozione sociale Donn.è

*Credits: Foto di S. Hermann & F. Richter da Pixabay

Manifestazione femminista in Polonia.

La Polonia e la Convenzione di Istanbul


La Polonia e la Convenzione di Istanbul: Lettera inviata da UDI il 2 agosto 2020 alla UE.

Manifestazione femminista in Polonia.

Lettera inviata al Presidente del Parlamento Europeo e alla Segretaria Generale del Consiglio d’Europa il 29 luglio scorso

Roma 29 luglio 2020
Al Presidente del Parlamento Europeo, David Sassoli
Alla Segretaria Generale del Consiglio d’Europa, Marija Pejčinović Burić

Egregi Presidenti,
Le donne Polacche e le donne Turche subiscono i violenti attacchi degli uomini “loro pari” correndo in aggiunta il rischio che i leaders, che incarnano il potere nei loro paesi, vogliano ufficialmente cedere il mantenimento dell’ordine a capi famiglia.


Il Presidente Duda, polacco, e il Presidente Erdogan, Turco, sono in ordine di tempo i primi a minacciare la concretizzazione di una società nella quale siano tolte le protezioni alle donne costrette culturalmente e fisicamente a, unicamente, procreare ed accudire.

Questi uomini non volevano applicare, e oggi vogliono cancellare, la Convenzione.

Il Presidente Duda è un presidente Europeo e, come il presidente Turco, per dare corpo ai desideri suoi e degli uomini che lo sostengono, e rassicurare una potente lobby politica e interreligiosa, vuole “uscire dalla convenzione di Istanbul”. Uscire dalla convenzione di Istanbul è dichiarare, come in aggiunta ha fatto Erdogan a suo tempo, che i diritti umani sono un inutile ingombro.

Questi due presidenti rappresentano la costruzione di un ordine mondiale nel quale “sovrani” uomini decidono senza l’ingombrante presenza delle donne, un ordine in cui non c’è posto per la Convenzione.

Le donne in tutta Europa e nel mondo si sono prese cura, nonostante i loro governi, delle opportunità rappresentate dalla cdI e hanno indagato, raccolto dati, organizzato centri, sono intervenute nei tribunali: l’hanno applicata “nonostante”. Sono scese in piazza e hanno protestato, non solo ad Ankara, per l’uccisione di Pinar Gultekin.

Un altro momento della manifestazione femminista.

Hanno acceso i riflettori su quello che realmente succede nei loro paesi, con la protesta a Varsavia nel giorno della Repubblica 2017 (che fece dire a molti che le donne avrebbero salvato la Polonia), con la mappa delle violenze in Turchia (Ceyda Ulukaya) pubblicata nel 2018.

Le donne credono alle donne e i paesi non si rappresentano attraverso i loro capi.
L’Europa deve prendere posizione per affrontare l’ennesimo attacco alla civiltà della pace e può e deve contare sulle donne. Ascoltarle e intervenire in tutti i modi possibili a salvaguardia dei loro diritti e della loro libertà!

UDI-Unione Donne in Italia

Home page podcast letterario Senza Rossetto.

Workshop Le ragazze stanno bene a Ravenna

E’ in programma un workshop per sensibilizzare i giovani sui temi più che mai attuali del sessismo e del razzismo. Invitiamo i lettori del blog alla sua diffusione, anche scaricando il volantino in PDF allegato. L’evento è organizzato dalla Associazione Casa Delle Donne Ravenna , da Villaggio Globale Innovazione Sociale e dall’Associazione Femminile Maschile Plurale.

Calendario workshop

L’evento si sviluppa in tre giornate:

Il laboratorio

  • sabato 29 agosto dalle 9.30 alle 12.00
  • sabato 5 settembre dalle 9.30 alle 12.00

Presentazione del progetto e del risultato finale

Modalità di svolgimento

Il laboratorio sarà online e si rivolge alle ragazze e ai ragazzi; sarà condotto da Giulia Perona e Giulia Cuter di Senza Rossetto. Si accettano fino ad un massimo di 30 partecipanti.

Iscrizioni: casadelledonneravenna@gmail.com

Descrizione del laboratorio

Durante le prime due mattinate si elabora, insieme alle due autrici del libro “Le Ragazze Stanno Bene” ed. Harper Collins, un piano di comunicazione d’impatto per la città di Ravenna, incentrato sulla parità di genere e sul sessismo nella nostra lingua.

I concetti e gli slogan saranno poi stampati su grandi pannelli e posizionati in alcuni punti nevralgici della città, perché tutta la comunità possa trarne una crescita personale.

Durante la terza e ultima giornata, ci sarà la presentazione del progetto e dei risultati del workshop ai Giardini Speyer con esposizione dei pannelli stampati.

Per ultimo, sarà presentato al pubblico il libro Le Ragazze Stanno Bene (ed. Harper Collins), testo femminista
che verrà poi donato a tutte le biblioteche del sistema urbano della città di Ravenna. In caso di maltempo l’evento si terrà presso Cittattiva (ingresso contingentato).

Seminario dell’antropologa Annamaria Rivera a Ravenna

Il contesto in cui si pone la nostra iniziativa

Ricordiamo che il 25 novembre 2019 è stata istituita la Giornata mondiale contro la violenza sulle donne. In occasione di tale ricorrenza, la Regione ha dato avvio alla campagna nazionale che coinvolge il territorio regionale e i suoi enti, Comuni, Città metropolitane ed Unioni dei Comuni nell’implementazione, comunicazione e monitoraggio degli obiettivi dell’Agenda 2030 nelle nostre città.

“L’Agenda 2030 nelle nostre città” è una campagna di comunicazione che si articola prevalentemente sul web, attraverso la diffusione a livello nazionale di contenuti multimediali originali prodotti ad hoc, e sul territorio, attraverso momenti di incontro e formazione, eventi ed iniziative per informare, educare e sensibilizzare la cittadinanza, la società civile, le autorità locali, funzionari pubblici su quattro obiettivi di sviluppo sostenibile:

  1. la parità di genere;
  2. la lotta al cambiamento climatico;
  3. le città sostenibili, inclusive e resilienti;
  4. le società pacifiche e inclusive.

Un focus particolare è stato posto sul tema trasversale delle migrazioni internazionali. La filosofia del progetto è che solo attraverso la partecipazione e l’inclusione – senza lasciare nessuno indietro – è possibile un vero cambiamento per raggiungere gli Obiettivi globali.

Il Seminario con Annamaria Rivera

l’Associazione Femminile Maschile Plurale, l’Associazione Casa Delle Donne Ravenna , e Villaggio Globale Innovazione Sociale hanno aderito al progetto proponendo il Seminario di dialogo con Annamaria Rivera a partire dal suo recente libro (edizioni Dedalo 2020), Un’opera che aiuta a riflettere su quanto ci circonda. Per decostruire pre-concetti, per fare attenzione alle parole, per svelare i nessi persistenti tra specismo, sessismo e razzismo. Il seminario, aperto al pubblico, è pensato in particolare per gli operatori dei servizi sociali e culturali che accolgono “lo straniero”.

L’evento si terrà presso la Rocca Brancaleone a Ravenna il 21 agosto dalle 18.00 alle 20.00
Il testo verrà donato alle biblioteche del sistema urbano di Ravenna.
Conduce l’incontro Maria Paola Patuelli.

Iscrizioni: redazione@femminilemaschileplurale.it

*Credits: Foto di Omar Lopez su Unsplash