Di cosa parliamo quando parliamo di prostituzione?

Il seminario di studio, riflessione e dialogo si è svolto il 18 e 19 giugno 2021, presso la biblioteca Classense di Ravenna.

Puoi rivederlo qui (clicca sulla data per vedere il video delle due giornate):

18 Giugno 2021 h.16-19: saluti di Cinzia Spaolonzi, Presidente di FMP e Ouidad Bakkali, Assessora; relatori Marzio Barbagli e Sandro Bellassai, introdotti da Maria Paola Patuelli (FMP)

19 Giugno 2021 h. 9.30-12.30: relatrice Giorgia Serughetti, introdotta da Antonella Baccarini (Le Splendide).

Un progetto pensato prima dell’inizio della pandemia, nel febbraio 2020.

Un tema suggerito da amiche di Faenza, il gruppo Le Splendide, che Femminile Maschile Plurale di Ravenna ha accolto con interesse.

Le Splendide, una ironica e simpatica evocazione delle Preziose, che insegnarono agli uomini la bellezza e l’intelligenza della conversazione.

Riprendiamo ora il tema, con la pandemia sotto controllo.

Ci ritroveremo in presenza, ma per chi non può raggiungerci fisicamente saremo anche in streaming.

E parleremo di prostituzione, un tema di volta in volta rimosso, banalizzato, trascurato, demonizzato. Tema conflittuale, anche all’interno dei femminismi.

Per farlo, abbiamo scelto come punto di partenza il libro della filosofa Giorgia Serughetti “Uomini che pagano le donne”.

Abbiamo poi voluto, con lei, anche due uomini, gli storici Marzio Barbagli e Sandro Bellassai, che hanno studiato e scritto di prostituzione. Con il loro aiuto e lavoro, di studio e pensiero, affronteremo la questione.

Abbiamo inoltre la collaborazione della Libera Università delle Donne di Milano.

Lea Melandri ci ha donato un suo prezioso inedito sul tema:

Un corpo sospeso tra dono e denaro. Il paradosso del destino tradizionale della donna

contributo di Lea Melandri della Libera Università delle Donne di Milano per il Seminario “Di cosa parliamo quando parliamo di prostituzione?”

Dopo quasi mezzo secolo in cui, grazie in particolare al movimento delle donne,  si è cominciato a discutere di corpo, sessualità, maternità, violenza manifesta e violenza invisibile nel rapporto tra i sessi  -un dominio che passa attraverso la vicende più intime degli umani-, il problema della prostituzione e, più in generale, del legame tra sessualità e denaro,  riscontrabile ormai in molti aspetti della vita sociale, può essere affrontato nella sua complessità. Se non si ha il timore di svelarne le radici più ambigue e inquietanti, ci si accorgerebbe che c’entrano senza dubbio il denaro, il potere, il controllo e lo sfruttamento che l’uomo ha esercitato per secoli sull’altro sesso, ma anche le prime esperienze col corpo materno che gli ha dato le prime cure e le prime sollecitazioni sessuali.

Stando alle consapevolezze acquisite, la prima osservazione è che la prostituzione, in tutte le sue forme, di costrizione o scelta, non solo non è un lavoro come un altro, ma si può considerare l’impianto originario –“il più antico del mondo”- del rapporto tra sesso (corpo, sessualità) e denaro, sesso e potere, sesso e lavoro.

La prova è nel crescente sviluppo di un mercato che si avvale di quello che giovani precarie chiamano “lavori marchetta”, o, al contrario, la messa a produttività e profitto della vita intera.

Nel numero unico della rivista “Posse” (Manifestolibri 2004) , Divenire- donna della politica, tra le tante testimonianze di giovani precarie, si legge:

 

“Il sesso al lavoro –Siamo tutti sexworkers?

Abbiamo detto che si tende a tenere il lavoratore cognitivo rinchiuso fino a tardi,abbiamo parlato di vita che viene a coincidere con il lavoro, non sia vera una tendenza che intuisco e che, sinteticamente, voglio chiamare ‘il sesso al lavoro’. E’provato che nei contesti dei servizi alla persona e al consumo oggi, già nei regolamenti stessi si chiede al dipendente di mettere in gioco una certa ‘corporeità’, ammiccante e sorridente, che coinvolge il cliente (…)

In una realtà come la nostra, dove l’attività relazionale è fondamentale per riuscire a beccare ‘una commessa’, si va allargando la necessità di mettere in gioco anche ‘carte corporali’.

E’ possibile che si vada creando un contesto prostituzionale allargato, legato al fatto che, quando l’attività relazionale tende a prendere il sopravvento, il soggetto debba anche lasciare agire, usare, sfruttare le capacità del corpo e la mimica della profferta sessuale ?(…)

Nei lavori atipici la componente personale e relazionale ha un peso sempre più importante, sia nel contesto del lavoro che nella relazione contrattuale col padrone. Debbo imparare a vendermi bene, a rendermi appetibile. Non conosco i miei diritti, non saprei con chi discuterne nel mio posto di lavoro”

 

Ogni volta che si riapre il discorso su questo tema, si torna a vedere come realtà contrapposte la “tratta” e la prostituzione intesa come lavoro da regolamentare: la prima rimanderebbe alla costrizione, l’altra alla libertà di scelta.

Ma, a guardare bene, ci accorgeremmo che producono un effetto analogo: viste in chiave di emergenza, criminalità, ordine pubblico, e quindi bisognose di interventi operativi, soluzioni immediate, fanno passare in secondo piano le domande di fondo sulla cultura, sulla storia del rapporto tra i sessi,  in cui si vengono a collocare. Impediscono, soprattutto,  di mettere a tema il legame ambiguo della prostituzione con la famiglia, luogo di provenienza dei ‘clienti’ , e oggi con le forme occupazionali più diffuse.

Prendiamo, per esempio, la proposta del Comune di Roma di circoscrivere una zona, creare una sorta di “quartiere a luci rosse”. L’apparenza è il bisogno di regolamentare, l’effetto quello di occultamento  di un fenomeno inquietante. L’ipocrisia sta

-nel dire che lo si fa per le famiglie “turbate” dal mercato del sesso sotto le loro case, mentre dovrebbe turbarle il fatto che i potenziali “clienti” vivono sotto il loro stesso tetto (mariti, padri, fratelli, figli, figli);

-nel limitarsi a “punire”i clienti, lasciando intendere che si tratta di una “colpa” o di una “perversione” individuale, e tacere sulla sessualità e sull’immaginario maschile che ha fatto della donna l’ “oggetto” del suo piacere, un corpo erotico e generante al suo servizio;

-nel separare ancora una volta la sessualità dalla politica, come se si trattasse di una pratica “oscena”, fastidiosa, e quindi da sottrarre allo sguardo della moltitudine dei ben-pensanti, e non l’esperienza originaria che ha segnato l’imposizione di un dominio di un sesso sull’altro.

Diciamo la verità: ridurre il problema prostituzione a “tratta” o “sex work” –come sta avvenendo e come era prevedibile che avvenisse –è molto rassicurante. Nel primo caso passa sotto la voce “criminalità”, per cui lo si delega alla giustizia; nel secondo, interviene l’ “autodeterminazione” , la “libera scelta”, per cui di nuovo la questione non ci riguarda più. Caso mai il sindacato, i diritti, le leggi, ecc.

Discuterne, facendo riferimento alla sessualità, maschile e femminile, al rapporto col potere e col denaro, con l’immaginario erotico, oltre a essere fastidioso e inquietante, richiede uno sforzo di riflessione molto maggiore, a cui, purtroppo, mi sembra restio anche una parte del femminismo.

Andare alle radici del fenomeno non è solo un modo per dire che non ne usciamo con misure di emergenza, ma una scelta per evitare di fermarsi su due estremi, che mettono fuori campo la sessualità.

 

Nel momento in cui si decide di spostarsi su un orizzonte più ampio, anche le domande cambiano. Ne indicherò solo alcune:

 

-che rapporto c’è tra la prostituzione come sfruttamento sessuale e come negoziazione esplicita, sesso in cambio di denaro, e la cultura sessista che ha identificato la donna col corpo: corpo che genera, corpo erotico, obbligo riproduttivo e sessualità femminile cancellata e messa al servizio dell’uomo? Si può parlare di una “continuità” e dire –come fa l’antropologa Paola Tabet che “lo scambio sessuo-economico è un aspetto dei rapporti tra uomini e donne assai più esteso e generale, e quindi non riducibile alla prostituzione”, per cui rientrerebbe nelle regole del controllo maschile fare della prostituzione “un gruppo separato di donne”?

 

-come cambia l’idea di prostituzione quando ci troviamo di fronte oggi a quello che qualcuna ha definito “un contesto prostituzionale allargato”: figure ambigue come le escort, le veline, le donne-immagine, ma anche precarie, lavoratrici, manager, a cui viene chiesto di “sapersi vendere bene”? In altre parole: un contesto in cui la seduzione diventa requisito necessario per trovare lavoro. Dove e come collocare le donne che oggi “scelgono” di usare il loro corpo, la sessualità come moneta di scambio, un capitale da mettere a frutto?

Ribaltare in attivo una condizione che si è subìta vuol dire farsi soggetto, e caso mai un soggetto che sceglie di farsi oggetto, un’emancipazione discutibile, perversa, ma pur sempre l’uscita dalle forme tradizionali della sottomissione femminile.

 

-quanto incidono nel mantenere una sessualità separata dalla relazione –amorosa, affettiva, intellettuale, ecc.- le logiche del mercato e del consumo, che portano alla mercificazione di tutto, al trionfo del godimento a portata di mano al posto del desiderio? Quanto interviene invece – o a sua volta- un immaginario sessuale che porta il segno maschile, ma che le donne hanno fatto proprio, tanto che a volte non è facile separare nettamente soggetto e oggetto, vittima e aggressore, amore e violenza, capire da che parte sta il potere.

 

A proposito dell’emancipazione delle donna, Jean Baudrillard, nel suo libro La società dei consumi (Il Mulino 1976), fa un’osservazione interessante:

 

“Ora se la donna e il corpo furono solidali nella schiavitù, anche l’emancipazione della donna e l’emancipazione del corpo sono logicamente e storicamente legati. Ma vediamo che questa emancipazione simultanea si attua senza che sia in alcun modo abolita la confusione ideologica fondamentale tra la donna e la sessualità –l’ipoteca puritana fa sentire ancora tutto il suo peso. O meglio solo oggi essa assume tutta la sua ampiezza, poiché la donna un tempo asservita in quanto sesso, oggi è ‘liberata’ in quanto sesso. Sicché si nota un approfondimento, sotto tutte le forme, di questa confusione ormai pressoché irreversibile, poiché nella misura in cui si ‘libera’ la donna si confonde sempre più col proprio corpo.”

“La donna, i giovani, il corpo, la cui emergenza dopo millenni di schiavitù  e di oblio costituisce in effetti la virtualità più rivoluzionaria, e dunque il rischio più serio, per qualunque ordine costituito, sono integrati e recuperati come ‘mito di emancipazione’. Si dà da consumare la Donna alla donna, i Giovani ai giovani e, in questa emancipazione formale e narcisistica, si riesce a scongiurare la loro liberazione reale.”

“Avviene per il corpo come per la forza-lavoro. Bisogna che sia ‘liberato, emancipato’ per poter essere sfruttato razionalmente per fini produttivi. Come è necessario che si mettano in moto la libera determinazione e l’interesse personale  -principi fondamentali della libertà individuale del lavoratore – perché la forza-lavoro si possa trasformare in domanda salariale e in valore di scambio, ugualmente è necessario che l’individuo (…) si assuma lui stesso come oggetto, come il più bello degli oggetti, come il più prezioso materiale di scambio, perché si possa istituire al livello del corpo distrutto, della sessualità distrutta, un processo economico di redditività.”

Le conclusioni a cui arriva Paola Tabet nei suoi studi di carattere antropologico – La grande beffa (Rubbettino 2004)-  è che lo scambio sessuo-economico è un fenomeno sociale, presente nel rapporto tra uomini e donne nelle civiltà più diverse: un “continuum”, un arco che va da rapporti come quelli matrimoniali fino ai rapporti di prostituzione moderna, al sex work, dalla negoziazione esplicita a tutte le forme implicite di ‘seduzione’ per ottenere un compenso. Per l’ideologia sessista, che attraversa tutte le civiltà e che è radicata nel senso comune, la prostituzione è possibile in tutte le donne come la maternità, in quanto parte della sua costituzione organica. Ciò significa far passare come “naturale” una costruzione che viene dalla storia e dalla cultura.

La donna  -come scriveva ancora all’inizio del ‘900 Otto Weininger (Sesso e carattere)- è  sesso, “si consuma tutta nella vita sessuale”. La modernità, avendo elevato il coito quasi a “dovere”, ha favorito “l’emancipazione delle prostitute”, il passaggio dalla maternità alla prostituzione.

Nella disuguaglianza di accesso alle risorse, la donna è stata spinta forzatamente a fare del corpo il suo capitale, una merce di scambio, sia nelle relazioni matrimoniali riproduttive, che in quelle non matrimoniali. Detto altrimenti: la donna non è stata pensata come soggetto di desiderio, con una sua specifica sessualità:

La sua sessualità, cancellata come tale, viene piegata verso l’oggetto riproduttivo e verso il servizio sessuale.”

La reciprocità non è pensabile dentro rapporti di dominio. Scambiandosi con altro da sé –il denaro- la sessualità femminile si avvia a diventare un servizio e infine un lavoro.

Pur riconoscendo che alle donne è mancata una reale alternativa –per cui, da questo punto di vista si può considerarle “vittime” del dominio maschile-, Paola Tabet non nega la complessità e l’ambiguità di una violenza che entra nei rapporti più intimi.

Sia nella vita coniugale che nella prostituzione si intrecciano affetti, cure materne, lavoro domestico, prestazione di un servizio all’uomo. Nel suo ruolo di moglie la donna stessa può essere spinta a usare il sesso come oggetto di scambio, per ottenere affetto, relazioni più armoniose, favori per sé e per i figli. A loro volta, le prostitute si trovano a dare attenzioni affettive, quasi coniugali. Non è difficile capire che, messe in condizioni insopportabili, le donne abbiano cercato di prendere qualcosa per sé, usare le carte che avevano in mano, trovare spazio all’interno di una costrizione.

Nel ricevere denaro o doni c’è anche un aspetto di gratificazione e conferma di sé:

ricevo perché valgopiaccio”.

Da questo punto di vista, che si potrebbe leggere a volte come un ribaltamento rispetto alla posizione di vittima, è interessante il giudizio che Paola Tabet  -in dialogo e sintonia con Pia Covre e Carla Corso- dà del sex work:

Definire più chiaramente la prostituzione come lavoro è come mettere una barriera rispetto al coinvolgimento personale e all’emotività.”

Nel fatto che le prostitute sono libere di scegliere il cliente e il tipo di prestazione, Tabet vede una “riappropriazione di se stesse”, una forma di “emancipazione”. L’uso sessuale della donna, ritenuto dalla cultura maschile come qualcosa di “dovuto”, viene invece dato in forma contrattuale contro un pagamento. Starebbe in questo l’aspetto di rivolta riguardo alla sessualità obbligata. Paola Tabet fa riferimento alle sue ricerche sulle  femmes libres, sulle free women – la  prostituzione in Africa-, ma Pia Covre, che ha lavorato con lei in questo viaggio, fa osservazioni analoghe per la società occidentale. Nel momento in cui l’atto sessuale si scompone, si spezza in prestazioni specifiche, verrebbe intaccato l’ “uso globale del territorio corporeo femminile, a cui da diritto il matrimonio: uso sessuale e riproduttivo, uso della forza lavoro della moglie.

 

L’equivalenza tra prostituzione e lavoro ci porta dunque dentro la logica dell’ “emancipazione”- inglobamento della sessualità nella sfera produttiva, che ne toglie lo stigma-, non della “liberazione”, dentro un contesto dove i valori dominanti sono quelli del mercato e del denaro, elemento essenziale del potere maschile, che tutto riscatta: “pecunia non olet”. Come diceva Marx, “Il denaro è la universale confusione e inversione di tutte le cose.”

Nel momento in cui il corpo femminile e la sessualità si vanno a collocare, come accade oggi, da protagonisti nello spazio pubblico, prendendosi in qualche modo la loro rivalsa  -fuori dalla riflessione critica che era stata del femminismo-, il confine tra sessualità femminile e prostituzione si assottiglia, e di conseguenza si stempera anche il giudizio morale. Col ‘berlusconismo’ sono venute alla ribalta figure femminili che non rientrano nella “tratta” a scopo di sfruttamento, né hanno a che fare esplicitamente col sex work: donne che usano il loro corpo come moneta di scambio per carriere, successo e denaro, e che rappresentano perciò, tendenzialmente,  una  ‘normalizzazione’della prostituzione.

 

Ma più significativo – e per certi aspetti più rivelatore rispetto alle implicazioni profonde della prostituzione- sembra il cambiamento descritto da Giorgia Serughetti nel suo interessantissimo libro, Uomini che pagano le donne (Edizione Ediesse 2013)- come venir meno dei confini tra privato e pubblico, tra intimità, relazione coniugale e sesso a pagamento.

 

Tra intimità e attività economiche esiste un continuum anziché una dicotomia. Il riferimento è alle molte figure che offrono servizi di cura retribuiti –colf, baby sitter- ma anche surrogati a pagamento dell’intimità sessuale e delle relazioni romantiche. Sono la esperienza di ‘fidanzate a noleggio’, sotto la dicitura di accompagnatrici, sono escort e top escort. Si tratta di servizi che non si limitano al soddisfacimento di impulsi o fantasie sessuali, ma offrono parvenza di un corteggiamento, di un rapporto di cura affettivo e sentimentale”.

“ Possiamo parlare di interni postdomestici ridisegnati dal mercato in modo tale che la domesticità coniugale vi si rifletta depurandosi però al tempo stesso da ogni vincolo o onere relazionale (…) Le trasformazioni in corso sul mercato del sesso paiono dunque funzionali alla conservazione e all’esercizio di un potere maschile imperniato sull’accesso ai corpi delle donne, o più propriamente alla loro disponibilità, complicità e cura affettiva”.

Sulle pareti urbane troneggiano corpi femminili rappresentati con gli stilemi  un un linguaggio che richiama l’esplicita offerta di servizi sessuali. Il piacere maschile resta quindi un principio organizzatore degli spazi del consumo.”

Se ne deve dedurre che il denaro assolve una funzione immaginaria che non è riducibile alle logiche di mercato, per cui bisogna portare l’analisi più a fondo.

Parto da un’ osservazione interessante di Stefano Ciccone in un articolo pubblicato dal settimanale “Gli Altri” (5.11.2010), a seguito del convegno di Maschile Plurale sulla prostituzione:

 

Ambigua anche la percezione del potere tra prostituta e cliente. E’ dalla parte di chi paga o di chi ha qualcosa da vendere? Il denaro e il potere nella mediazione con le donne possono apparire un limite o al contrario la misura della propria identità, perché denaro e potere sono costitutivamente attributi della propria virilità.

 

Il denaro in cambio di sessualità rappresenta perciò, contraddittoriamente, un elemento di forza, di potere, di dominio, ma anche di debolezza, il modo per esercitare un controllo, ma anche per vivere un rapporto in cui potersi abbandonare al piacere dell’affidamento passivo all’altra, lasciarsi manipolare dalla donna.

E’ come se il denaro fosse il tramite rassicurante per avere accesso a quella che Freud chiama la “gioia massima”: il rapporto con una figura dal duplice aspetto, di madre e di iniziatrice sessuale. Dovremmo riconoscere che il denaro, legato alla sessualità, risponde ambiguamente al medesimo tempo a bisogni diversi, per non dire contrapposti: l’esercitazione del potere di un dominatore, ma anche il desiderio “preistorico” del figlio di trovare nel corpo femminile le cure e le sollecitazioni sessuali conosciute nel momento di maggiore inermità e dipendenza dal corpo materno.

Di questo apparente ribaltamento di parti  dobbiamo forse tenere conto , se vogliamo capire perché la prostituzione  conservi un potere attrattivo così forte e indifferente al passaggio delle generazioni, al cambiamento delle coscienze.