Rossana Rossanda, fondatrice del quotidiano Il Manifesto.

Antologia per Rossana Rossanda

Ormai sono passate due settimane dal commiato di Rossana.

Poche ore dopo la dolorosa notizia ho ricevuto parole e ricordi di nostre care amiche. Di Elda e Lea, “nostre” perché sono state, con noi, socie e fondatrici di FMP, e di Maria Luisa Boccia, con la quale in questi anni abbiamo condiviso molto.

Ricordiamo Rossana con le loro parole e con una foto molto bella, ricevuta da Lea. Una Rossana ancora bellissima, che sembra allontanarsi facendoci un saluto.

Un caro saluto che ricambiamo con affetto e nostalgia.

Paola Patuelli

Elda Guerra, lettera a Orlando, 20 settembre 2020

Care amiche,

oggi se è andata Rossana Rossanda. Non l’ho mai incontrata in modo ravvicinato: troppa la disparità che avvertivo e troppo forte la mia timidezza di allora. Erano i tempi del “Manifesto” e della prima convinta appartenenza a un gruppo politico.

E tuttavia tra i suoi scritti, vere e proprie letture di formazione per una ventenne del secolo scorso, uno mi colpì nell’anima e lo ricordo ancora. Era la recensione di “Sussurri e grida”, film lucido e aspro sulla malattia.

Vado con la vaghezza della memoria, ma il senso era che nessuna utopia rivoluzionaria, aveva parole per dire il dolore e la morte. Era una riflessione sull’esistere in questo nostro corpo.

Forse, ma può essere una proiezione, c’era un’allusione leopardiana. Suscitò una grande discussione: io vi ritrovai lo scarto tra vita e politica che vivevo confusamente dentro di me.

Poi è venuto il femminismo, il rimprovero duro alle compagne che se ne andavano, e il suo ritornarci sopra nelle trasmissioni di Rai tre poi raccolte nelle “altre”.

Più di trenta anni dopo, l’ho rivista alla Scuola estiva della Società delle storiche dedicata alla sfida del femminismo degli anni Settanta, in uno dei tanti appassionati scambi con Lea.

E proprio il bellissimo post di Lea, la scelta di prendere parole che fossero testimonianza “lucida, profonda e meno conosciuta della persona unica che sei stata, come donna e comunista”, mi hanno riportato a quei giorni lontani.

Una delle citazioni è ripresa da “Questo corpo che mi abita”, articolo scritto per Lapis e ripubblicato poi assieme a tutti gli altri nel “libretto” curato sempre da Lea. Un suggerimento di lettura anche per noi tutte, ricordando che grazie a un’idea e al sostegno di Giovanna Grignaffini, oltre che alla generosità di Lea, possiamo ritrovare quel gruppo di scritti nella collezione di “Lapis” della nostra biblioteca digitale.

Un abbraccio

Elda

Lettera di Paola a Elda e a Orlando, 20 settembre 2020

Cara Elda, care amiche,

molto bella questa tua riflessione dedicata a Rossana.

Penso che ognuna di noi abbia la sua Rossana. L’ho vista in presenza solo una volta, a Monte Giove, un delizioso Eremo camaldolese, dove seminari ben pensati vedevano sovente la sua partecipazione, e quella di Ingrao.

Ma è attraverso Lea che, soprattutto, l’ho conosciuta. Ho visto nascere la raccolta Questo corpo che mi abita nella felice estate di due anni fa, a Carloforte, dove Lea ogni pomeriggio si dedicava a Rossana e alle parole da lei scritte per Lapis. Momento felice.

Questo ho scritto ieri mattina al gruppo che mi ha informato della morte, poche ore prima, di Rossana.

Certo, proviamo dolore.

Appena l’ho saputo ho sentito il bisogno di fare una telefonata. Ad una carissima amica comune, l’unica a cui potevo manifestare il mio cordoglio. Mi ha confermato quello che sapevo.

Rossana – intelligenza e dignità in persona – non voleva vivere più. Un grande esempio, il suo, anche in questo caso. E raggiungerà il suo Karol a Parigi.

La stessa dignità che trovai, qualche anno fa, in Anna Rossi-Doria. Dire addio al corpo, quando non è più dignitoso farsi abitare da lui.

Paola

Lea Melandri, il Manifesto, 22settembre 2020

Ciao Rossana,

non scriverò di te e su di te. Solo una donna della storia, come sei stata tu, poteva scrivere sorprendenti necrologi di persone note e meno note, che qualcuno dovrebbe raccogliere e pubblicare.

Io potrei solo raccontare a frammenti, diventati parte di me, del mio pensare e sentire, della nostra lunga meravigliosa amicizia, del nostro amoroso battibeccare, della gratitudine infinita per il dono che mi hai fatto accogliendomi nella tua casa, nella tua vita, condividendo con me pensieri e scritture.

Oggi è il dolore di non poterti più rivedere, di non poter dare ancora un volto, una voce, ai tanti ricordi che conservo gelosamente di te e dei nostri incontri.

Perciò ti darò addio come ho sempre fatto, con le tue parole, consegnate a quelli che tu chiamavi “libretti”, fatti insieme, e che io considero invece , come ti ho detto più volte, la testimonianza più lucida, profonda e meno conosciuta della persona unica che sei stata, come donna e comunista.

So quanto amavi come me il mare e mi consola in questa giornata il pensiero che, non molti giorni fa, sei riuscita a mettere ancora una volta i piedi nell’acqua.

Non ti piaceva che ti nominassi su fb, ma oggi dovrai perdonare ai tant* che lo faranno, perché vivi e vivrai sempre per la preziosa eredità che hai lasciato, di una vita spesa per un mondo più giusto, ma anche per aver affrontato con tanta forza l’invecchiamento, la malattia, la morte. “Luciferina” sempre, come amavi dire di te. “Luciferona”, come traducevo io, scherzosamente.

Lea Melandri

Da R.R., “Quel corpo che mi abita”, Bollati Boringhieri 2018

“Ho corso sempre, continuo a correre per capire un mucchio di cose (…) Quelli come me sono vissuti come una tessera del mosaico del mondo, sarà stata la guerra mondiale o il comunismo, in ogni modo è un bel vivere, non mi sono annoiata mai.”

R. R.

“Voglio saperne di più, compreso il giorno della mia morte -vivrei in modo forse più dolente, ma forse anche più ricco. Ma lasciamo gli spunti luciferini e veniamo all’essere donna.”

R. R.

“Il giorno che il corpo manderà a dirmi: “Senti, sono stufo, adesso basta”, spero che mi lascerà il tempo di dirgli: “D’accordo. E grazie, mi sono molto divertita”.”

R. R.

Da Manuela Fraire e Rossana Rossanda, “La perdita”, Bollati Boringhieri 2008

“Dopo non voglio che nessuno mi guardi, non voglio essere esposta, non voglio i funerali. Non per pietà degli altri, ma perché io non sono più. (…) Non voglio impedire che qualcuno mi accompagni, che accompagni i miei cari, ma non voglio essere vista, portata in giro in una scatola, in una bara, voglio essere bruciata e via. Questo non è, credo, il timore della fine ma al contrario un ancestrale orrore di essere semivivi, trovarsi in una scatola, impotente e senza pace. E’ l’antico fantasma che teme i morti come sofferenti, invidiosi, da calmare. Forse esprime un attaccamento informe, primario, all’esistenza. Il pensare ai morti come vivi esiliati e infelicissimi. Un amico monaco mi disse un giorno: lo sai, ho paura di morire. E per lui, che era sul serio credente, la morte era davvero un passaggio temibile. Così mi pare di non aver più voglia di vivere e comunque non mi riesce di festeggiare i compleanni”

M. F. e R. R.

Da R.R., “Anche per me”, Feltrinelli 1987

“Duro, ma adulto sarebbe riconoscere che la condizione dell’ uomo, appeso tra vita e morte, questo suo dato biologico, astorico, il residuo indistruttibile di individualità della sua sofferenza, è il limite oscuro che incontra, al limite del suo cammino, una emancipazione politica: la cui forma e missione non sta nel restituire l’uomo alla felicità, ma soltanto (soltanto!) liberarlo dalla intollerabilità della ingiustizia.”

R. R.

Maria Luisa Boccia, CRS, 24 settembre 2020

Faccio a Rossana Rossanda la promessa che feci a Pietro Ingrao cinque anni fa. Lavorerò per tenere viva la sua opera, di cui è parte essenziale come è vissuta. Ora posso condividere con voi qualcosa di quello che è affiorato.

Sul computer ho un file, che ho nominato “la mia Rossana”. Ma è sbagliato. Rossana non è “mia”, non è “nostra”, qualunque cosa intendiamo con questo: marxista, comunista, del Pci, del manifesto, del femminismo, o del rapporto privato. Neppure è della storia d’Italia, o della storia d’Europa.

Non c’è definizione che le si addice; ne ho lette tante, alcune più felici di altre, ma alla fine mi sono apparse tutte riducenti. Rossana è del mondo, perché nel mondo ha abitato, con la mente, con le passioni, anche con il corpo. Ne ha ascoltato le voci, sentito i bisogni e desideri, condiviso le vicende; sempre scegliendo una parte, mai appartenendo soltanto e del tutto ad una di essa.

Lo dico con le sue parole:

“Voglio essere ebrea se l’ebreo è quel che in noi può essere sempre l’altro”.

Rossana Rossanda, Anche per me. Donna, persona, memoria dal 1973 al 1986, Feltrinelli, Milano, 1987, p.123.

Si è pensata e vissuta così, sempre. È dall’altra che le è venuta la coscienza di sé donna, che l’ha trasformata profondamente, senza divenire la sua identità prima, tanto meno esclusiva. Non è stata trascinata dall’onda del femminismo, anzi a lungo ha opposto resistenza:

“Interessante, dicevo, e tornavo alle mie vastissime faccende”.

Id., Le altre, Bompiani, Milano, 1979, p.21.

Dalle quali non si farà distrarre mai, piuttosto le ha intrecciate, riordinate, nominate altrimenti.

Non voglio perciò parlare solo di Rossana femminista, del resto, anche il nostro rapporto non è stato solo questo. Traggo alcuni frammenti dall’immersione di questi giorni. Nel 1943, studentessa, frequenta quotidianamente la Biblioteca di Warburg:

“Sprofondavo tra ombra e ombra nel colore del silenzio”.

Anche per me. Donna, persona, memoria dal 1973 al 1986, cit., p.134.

Dopo pochi mesi dovette dire

“addio alla bellezza che poteva esserci nella solitudine del sapere, capire, vedere”.

Ibidem.

Perché

“non bastava più capire, occorreva intervenire”.

Questa e le citazioni a seguire in Le altre, cit., alle pp.11, 16, 14, 32, 31, 34.

Non vi tornò più, ma

“ero stata là e là sarei rimasta come se fossi stata marcata una volta per sempre”.

“Per chi si fece adulto in quegli anni l’identità non sarà mai un fatto privato… tutto il mondo passò sopra di noi e da allora non cessò di passare”.

E il rombo è così forte che non sente la voce delle donne; al più l’avverte come

“un particolare modo di patire o fuggire”.

Con sintesi mirabile nella sua asciuttezza, scandisce le date della sua vita:

“A quindici anni è la guerra, a venticinque la guerra fredda, a trentacinque è il comitato centrale del più grosso partito comunista d’occidente, a quarantacinque questo partito si libera di me… A cinquantacinque eccomi qui,nel riflusso dell’onda di una mareggiata di cui conosco le andate e i ritorni e che mi trascinerà sempre. La mia persona è scandita dai fatti altrui: Stalin non l’ho scelto, le masse non sono una frequentazione facoltativa, sono entrate e uscite decidendo i tempi di me-donna. Donna? E le altre donne? Il rombo di questo tempo è stato così forte che la voce delle donne non la ricordo: quella che decifro oggi nelle amiche femministe non l’ho avvertita mai prima”.

E ne restituisce il senso:

“C’è un filo che corre fra chi crede nelle stesse cose (specie se deve lottare per essere, specie se è dura) che non è un rapporto personale né di amore né di amicizia; ma è un rapporto straordinario. Chi lo crede astratto (…) non ha mai conosciuto quel contatto fuggevole e permanente, fatto di volti mai visti, riconosciuti, sguardi, linguaggi… Per il resto ho corso in quegli anni guardando le donne distrattamente, vedendole soltanto o per quelle supersfruttate che anche sono. Questo mi era chiaro ed era chiaro anche ai compagni maschi. Con i quali forse il tacito contratto fu che io, non vedendo altro, consentivo anche a loro di non vedere. Quel che le femministe mi rimproverano è giusto. Ma esse sanno più di me quanto l’abbiano pagato quelle come me; io non ho conti da presentare: Mi andò bene”.

Come emancipata, meno come dirigente del partito. Le ragioni le ricostruisce nell’autobiografia “La ragazza del secolo scorso”, e vanno lette e meditate. Non posso però non nominare, sia pure brevemente, l’esperienza della sinistra del Pci negli anni Sessanta. Nello scritto, in occasione degli Ottanta anni di Pietro Ingrao, pubblicato su il Manifesto, Rossana, come sempre, formula la domanda giusta, più che dare risposta.

Cosa sarebbe dovuto diventare il Pci a fronte del rivoluzionamento sociale in atto? Come andare oltre il disegno togliattano della “via italiana al socialismo”? Il problema era e resta quello di “come si esprime il soggetto del movimento storico della modernità”.

Rossana Rossanda, “Ingrao”, il manifesto, 31.03.1995; in Id., Note a margine, Bollati Boringhieri, Torino, 1996, p. 134. L’articolo è disponibile sul sito del CRS.

Pietro e Rossana hanno avuto questa comune convinzione, direi un comune assillo; si sono separati e ritrovati nella ricerca pratica della risposta. È solo quando ha “gran parte della vita alle spalle” che vede le donne e non distoglierà più lo sguardo. Questo sesso che non è un sesso lo diviene per lei, come parzialità scelta. E si trova

“…di fronte a molti pensieri. Il primo è di pacificazione. Dal momento in cui il linguaggio delle donne ha cessato di apparirmi come parzialità subita, un ritardo, ma come una parzialità scelta, un segnale, una condizione iscritta e accettata, vissuta, affiorante, razionalizzata o no, ma determinata nella sua ribellione o felicità o dolore, non ho più potuto non vederle”.

Ma non c’è solo riappacificazione, “il rivolermi bene nelle altre”. Ci sono gli impreveduti risvolti d’un mondo che può essere rivisto con l’occhio delle donne.

Torna, in modo inedito,

“la sola battuta di ottimismo del vecchio Marx: l’umanità si pone soltanto i problemi che può risolvere”.

E se nella sua radicalità, il femminismo non fosse che l’emergere del problema numero uno, il farsi improvvisamente stretto della politica, come l’abbiamo conosciuta”. Se fosse

“non solo il sintomo d’una crisi più generale, del farsi stretta la politica che abbiamo conosciuto, ma l’embrione di una critica rivoluzionaria della politica, come la classe operaia rivoluzionaria fu la critica dell’economia?”

“A questo punto ero e sono rimasta”

scrive in “Le altre“. Non più stimolo da parte di altre donne, la critica è divenuta sua. Non ha mai smesso di interrogarsi e interrogarci, a noi femministe, in amicizia. Un’amicizia tra donne mutanti, ribelli, carica di parole mai dette prima, così forte e inedita da sconcertare e scomporre il mondo circostante.

Ti ringrazio Rossana del dono della tua amicizia, generosa ed esigente, per me e per tante, tantissime donne.

Maria Luisa Boccia

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