Lea Melandri si esprime sul conflitto in atto nel mondo femminista

Una legge divide il mondo femminista.

Perché?

A proposito di un articolo di Lea Melandri

Molto utile, questo articolo di Lea Melandri, per inquadrare meglio le ragioni di un conflitto nato all’interno del plurale mondo femminista in merito alla legge contro la omotransfobia.

Non sono del tutto stupita, però, che  ci siano voci che ai due generi non rinunciano. E che la naturalizzazione della storia possa ancora sembrare  una strada da percorrere. C’è bisogno di ancoraggi – è comprensibile – nel mondo inquietante e ondivago nel quale ci troviamo.

Si teme che le grandi e feconde fatiche compiute dai vari femminismi per sottrarre noi, donne, alla marginalità e all’insignificanza, se non per la valorizzazione della potenza procreativa femminile, possano essere dimenticate e che l’essere donna scompaia, o si faccia di nebbia.

Non sono fra coloro che lo temono. Mi preoccupa di più, come dice Lea, il cristallizzarsi di dualismi identitari,  naturali e indiscutibili. Ma è sufficiente passare dall’UNO al DUE?

Il recinto che contiene il due è comunque piccolo. La realtà ci mostra che la libertà, quando è possibile e non cancellata, produce soggettività ad ampio spettro.

D’altra parte anni fa, quando la centralità delle soggettività plurali non era ancora al centro del dibattito pubblico, come oggi fortunatamente è, nel corso di un seminario da noi promosso a Ravenna una delle lezioni aveva per tema I sessi sono cinque. Almeno. Lo dice la scienza che, in genere, si accosta alla natura in modo non sospettoso, quando e se fa bene il suo mestiere.

E in altri due seminari, diventati poi pubblicazioni, ci occupammo di Ambiguo materno e Ambiguo paterno.

Dobbiamo farcene una ragione. Poco si trova di “ naturale”, nella storia umana. Temo  la violenza o il dominio quando vogliono cancellare ciò che la vita mostra, con le sue mutevoli forme.

Non temo ciò che la vita mostra, quando è senza violenza.

Maria Paola Patuelli

Le assurde critiche alla legge contro l’omotransfobia

Lea Melandri

Il Riformista, 7 luglio 2020

Nell’analisi di uno dei più famosi casi clinici di Freud, “Il caso Dora”, c’è un passaggio interessante per quanto riguarda il rapporto tra sesso e genere, una questione che è tornata oggi di attualità a proposito della legge proposta dal deputato Pd Alessandro Zan per introdurre il reato di omotransfobia e misoginia.

Dopo essere arrivato alla conclusione che il primo oggetto d’amore per entrambi i sessi è il corpo materno, Freud invita a valutare “la possibilità che un certo numero di esseri femminili rimanga fermo al primo vincolo materno e non compia mai la svolta richiesta in direzione dell’uomo”.

Segue subito dopo la considerazione che, essendo l’eterosessualità “indispensabile al matrimonio in una società civile”, l’unica via di uscita perché la femmina accetti il suo ruolo di moglie e madre è affidarsi al detto napoleonico “l’anatomia è il destino”.

Dopo un secolo di analisi e pratiche femministe, l’idea che la vagina debba essere “alloggio del pene” e subentrare “da erede al ventre materno”, dovrebbe essere arrivata alla coscienza, intesa per quello che ha significato storicamente: obbligo procreativo e sessualità al servizio dell’uomo.

Identificate col corpo, un corpo a cui altri ha dato forme, nomi e ruoli, entrati forzatamente nella rappresentazione che hanno di se stesse e del mondo, è solo in tempi molto vicini a noi che le donne hanno potuto svincolarsi dalla “naturalizzazione” di attitudini, valori, comportamenti costruiti dall’ideologia patriarcale diventata il fondamento della condizione di “genere” riservata non a caso solo al loro sesso.

Che la virilità e la femminilità, contraddistinte da una “permanenza” nel tempo e nell’inconscio collettivo tale da farle sembrare archetipi, possano essere vissute come gabbie uniformanti di vissuti, paure, desideri diversi per ogni individuo, in velato o evidente conflitto con un corpo sessuato, non è più il rimosso di tante sofferenze, e non è un caso che sia stato il femminismo ad aprire la strada di un processo di liberazione e di un alleanza con le soggettività Lgbtqui.

La misogina, per non dire la violenza invisibile e manifesta contro le donne ha in comune con l’omo e la trans fobia l’intolleranza per i corpi che escono dalla normatività di genere, che resistono all’appiattimento della storia sull’anatomia, che rifiutano l’eterosessismo obbligatorio.

Stupisce perciò che una legge che ha come scopo di aggiungere ai reati per razzismo, odio etnico, religioso  – già previsti dalla legge Mancino – anche quelli legati all’orientamento sessuale e al diritto di liberare la propria soggettività dal destino biologico, stia incontrando l’opposizione, prevedibile, delle destre ultracattoliche e quella, sorprendente, di una parte del femminismo.

In una lettera aperta ai firmatari delle pdl confluite nel testo base depositato alle Camere, e pubblicata su “Repubblica” (1 luglio 2020), le attiviste di Se Non Ora Quando scrivono: “Attraverso l’identità di genere, la realtà dei corpi, in particolare dei corpi femminili, viene dissolta. Il sesso non si cancella”.

Il sesso purtroppo, come ha portato allo scoperto mezzo secolo di femminismo, è stato cancellato dall’ideologia sessista nel momento in cui è stato assunto come giustificazione della storia che vi è cresciuta sopra.

Scrive Pierre Bourdieu:

“La differenza biologica tra i sessi, cioè tra il corpo maschile e femminile, e, in modo particolare la differenza anatomica tra gli organi sessuali può così apparire come la giustificazione naturale della differenza socialmente costituita tra i generi e in modo specifico della divisione sessuale del lavoro”.

(P.Bourdieu, “Il dominio maschile”, Feltrinelli 1998).

In altre parole, ciò che abbiamo ereditato, riguardo al rapporto tra donne e uomini, è la naturalizzazione della storia e, per un altro verso, la storicizzazione della natura, un intreccio che vede implicati e confusi ambiguamente sesso e genere, e da cui solo il racconto e la riflessione sulle esperienze vissute, con il loro carico di fatica, oppressione e violenza e attese di liberazione, possono aiutarci a uscire.

In uno dei tanti seminari “Il corpo e la polis”, tenuti alla Lud negli ultimi anni, ci chiedevamo “che cosa significa liberare il corpo e la sessualità dai modelli culturali eterosessuali normativi, egemonici, e creare nuove forme di soggettività”. Dire che l’ordine simbolico e sociale dominante è inscritto nelle istituzioni e nell’oscurità dei corpi, significa prendere distanza dalle contrapposizioni astratte e disporsi verso processi formativi ed educativi aperti a soggettività inedite, a nuove forme di intimità.

La tentazione di arroccarsi in difesa della “differenza” sessuale non è nuova per il femminismo e, come sempre, si tratta a guardare bene di un ritorno a forme tradizionali di femminilità, che hanno nel corpo femminile che genera il loro fondamento.

Come dire che, in nome del corpo, si sta in realtà difendendo quella stessa categoria di “genere” che si vuole mettere in discussione.

Ben venga perciò una legge che, pur con tutti i suoi limiti, tenta quanto meno di arginare l’incitazione all’odio verso chi oggi si fa “disertore” dell’ordine dominante.

Credits: la foto di copertina proviene dal sito web https://everydayfeminism.com/
URL: https://everydayfeminism.com/2014/01/transmisogyny/

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