a cura di Ivan Morini
Propongo l’intervista di Sara Scarafia a Lea Melandri: https://www.repubblica.it/cultura/2025/09/20/news/lea_melandri_femminismo_misoginia_patriarcato_nuovo_libro-424857837/, dal titolo molto stimolante, una specie di “sveglia” alle femministe, ma non solo, di oggi.
Per me è interessante per la particolarità del confronto tra una femminista e un filosofo misogino dell’inizio del
secolo scorso. Ma soprattutto perché rivolge, sotto traccia, il messaggio a tutti i generi, mettendo in evidenza
come i sentimenti e l’amore si sostanziano nella relazione e non nell’individualità. Occorre cioè un altr* per “riconoscere che l’amore puoi riceverlo e non solo darlo”. Lea poi, riprende in diversi punti un argomento che le
sta a cuore da molto tempo e che io condivido pienamente, quello di considerare il problema del maschilismo e
della violenza sulle donne un problema di cui gli uomini ne fanno parte e che gli uomini stessi devono far parte
delle battaglie e delle soluzioni che insieme si dovranno trovare. Di questo parla quando scrive della “grande
rivoluzione” portata avanti da Gino Cecchettin che si rivolge agli uomini come genere e non come individui e
quindi non possono estraniarsi dai casi di violenza sulle donne. Occorre, per limitare la violenza, riconoscere sia
il femminismo sia la cura come pratica collettiva che riguarda anche gli uomini perché la misoginia è in entrambi
i generi! Sono richiami forti, una “sveglia” (senza ricorrere all’ennesimo inglesismo, woke) molto rumorosa che ci
chiama tutti/e a riflettere e operare per dare il nostro contributo, affinché incredibili sentenze come quella di
Torino non si ripetano più.
In definitiva ritengo che la “sveglia” debba essere accolta non solo dalle femministe ma anche dagli uomini.
Ivan Morini
Questa l’intervista pubblicata su Repubblica
Lea Melandri: “Care femministe, impariamo a pronunciare la parola amore” di Sara Scarafia
Una delle madri del movimento per l’uguaglianza dei diritti, scrive un libro sul filosofo viennese razzista Otto Weininger che ha teorizzato la donna come “soltanto materia”. E qui spiega come possiamo superare il patriarcato a partire da una prospettiva nuova 20 settembre 2025. Ripartire dalla parola amore. Lea Melandri, 84 anni, romagnola di nascita ma milanese d’adozione, una delle madri del femminismo italiano, presidente della Libera università delle donne, porta in libreria un pamphlet illuminante e più che mai attuale. Dialogo tra una femminista e un misogino (Bollati Boringhieri), un manifesto già dal titolo, è il tentativo di capire perché oggi i femminicidi sono un’emergenza nazionale; perché è ancora possibile leggere sentenze, come quella recente dei giudici di Torino, dove i maltrattamenti vengono derubricati a lesioni (un marito sferrò un pugno all’ex moglie colpendola al volto e causandole la frattura dell’orbita e una riduzione della vista): “l’amarezza per la dissoluzione della comunità domestica era umanamente comprensibile”.
Melandri rilegge Sesso e carattere del filosofo misogino e razzista Otto Weininger, scritto nel 1903. Un testo che teorizza il concetto della donna “soltanto materia”, della donna “assenza di senso”, della donna senza “un io intellegibile”: un bestseller per l’epoca. Ma con un epilogo tragico: Weininger pochi mesi dopo la pubblicazione si ucciderà, a soli 23 anni.
Immaginando una conversazione con il filosofo viennese, Melandri ragiona sui meccanismi patriarcali che hanno
dominato la società e che non abbiamo ancora superato.
Melandri, perché ripartire dall’amore?
“Per il femminismo nominare l’amore è sempre stato difficile. Perché dargli un nome vuol dire accettare che ne abbiamo bisogno. Ma nominarlo significa anche rivendicarlo, riconoscere che puoi riceverlo e non solo darlo”.
Le donne non hanno rivendicato l’amore?
“Siamo cresciute con quella che io chiamo la pretesa d’infanzia. Ci hanno messo un bambolotto in mano e ci hanno
detto che il nostro compito era quello di prenderci cura dell’altro, di un altro. Non è un caso che i rapporti con le madri siano spesso difficili, perché sono loro, le madri, l’anello di trasmissione della legge dei padri”.
Dice che il femminismo ha sbagliato?
“La prima manifestazione che parla apertamente della violenza domestica è del 2007. Molto tardi”.
Perché così tardi?
“Parlo di me. Sono figlia unica di una famiglia di mezzadri: in poche stanze di un casolare senza servizi igienici e senza riscaldamento vivevamo in otto. Dormivo fianco a fianco ai miei genitori e non ho mai capito dove, nel loro letto, finisse la violenza e cominciasse l’amore. Abbiamo pensato per anni che queste fossero questioni private. Ma non c’è niente di più politico del personale: più scavi dentro di te, più scopri cosa ti avvicina agli altri esseri umani. Il dominio maschile passa
dall’oscurità dei corpi”.
L’amore non è una questione privata?
“Cosa c’è di più universale dell’amore, della vecchiaia? Ma accettare il corpo è inquietante perché implica l’idea della morte. Per gli uomini inaccettabile: fuori di casa liberi, dentro casa figli. Ma comunque sempre e solo individui. Una grande rivoluzione l’ha portata avanti il papà di Giulia”.
Gino Cecchettin? “Ha permesso un salto di consapevolezza per tutti, perché le sue parole sono uscite dal privato, dalla cosiddetta normalità. Ha parlato ad altri uomini rivolgendosi a loro come genere”.
Cosa cambia? “Se i maschi invece di considerarsi genere si definiscono individui diranno che l’uomo violento che ammazza la compagna non li riguarda”.
Come si ferma la mattanza delle donne?
“Intanto partendo dal superamento dei generi: maschile e femminile sono due parti dell’umano. E ancora dal
femminismo come pratica collettiva che riguarda anche gli uomini: lo ha dimostrato il papà di Giulia. Serve poi il
riconoscimento della cura come responsabilità di tutti. Le donne hanno ancora bisogno di un percorso condiviso: ho amiche che fanno fatica a dire di no alle figlie che chiedono loro di tenere i nipoti. Abbiamo interiorizzato la visione maschile del mondo: la misoginia è anche dentro di noi. Non abbiamo avuto scelta. Ma c’è un problema”.
Quale?
“Ci sono donne che hanno trovato un ruolo di potere all’interno di questo sistema: vivere per l’altro è un potere, certo che lo è. Ma a quale prezzo? Prima che padri e padroni, i maschi sono figli. Chi ha scritto la sentenza di Torino è intriso della visione del mondo che nel 1903 Weininger spiegava così bene”. Abbiamo perso tutti come società, fatta giustizia ma dovremmo fare di più. L’educazione affettiva a scuola serve?
“Detta così, incasellata in una materia specifica, ci sarà sempre un insegnante, un preside, una famiglia che solleverà obiezioni. Basterebbe semplicemente insegnare la storia attraverso il maschilismo e la virilità che l’hanno attraversata e che hanno portato a fenomeni come il fascismo, per dire”.
Perché ha deciso di rileggere Weininger più di un secolo dopo?
“Perché ci sono similitudini con l’oggi. Weininger scrive all’inizio del Novecento, quando i rapporti tra uomini e donne stavano cambiando, quando stava nascendo il femminismo, quando compare il soggetto imprevisto di Carla Lonzi. Oggi ci serve più che mai arrivare alle radici del problema. E ripeterci che l’amore non è più una questione privata”.
IL LIBRO

Lea Melandri, Dialogo di una femminista e di un misogino, Bollati Boringhieri, pagg. 96, euro 12









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