María Galindo, Femminismo bastardo, Prefazione di Paul Preciado.
Mimesis, 2024
Attraverso una scrittura “bastarda”, che unisce prosa e poesia, manifesto politico e articolo
di giornale, María Galindo passa in rassegna le questioni fondamentali del femminismo
dalla sua prospettiva anarchica e decoloniale. Secondo l’autrice le donne sudamericane
hanno il dovere di riconoscersi come bastarde e di rifiutare il progetto dello stato coloniale
del meticciato (mestizaje) che classifica, gerarchizza e tenta di nascondere la “ferita
coloniale” che ancora sanguina. Galindo costruisce un archivio delle pratiche di
disciplinamento del desiderio erotico disseminate nella cultura ecclesiastica, nelle
istituzioni mediche e scolastiche, nel linguaggio politico e nella cultura popolare, sia quella
folklorico-indigenista sia quella imperialista-spagnola-gringa. Con Mujeres Creando, il
movimento femminista di guerriglia urbana non violenta da lei fondato, sviluppa un
diagramma di pratiche di ribellione alla violenza che lei stessa chiama
“depatriarcalizzazione”. In quest’ottica, il femminismo bastardo è un modo per posizionarsi
– come fanno le riflessioni decoloniali – fuori da qualsiasi binarismo, sia quello di genere,
quello tra Stato e popolazione indigena o quello tra vittima e carnefice.









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