da http://www.ravennanotizie.it
Mi ripeto. Chi è nato nel secolo scorso corre il rischio di ammutolire e di perdere la vista. Tali sono gli orrori che vediamo, che le parole vengono meno, e quasi viene il desiderio di perdere l’udito e la vista. L’udito, perché le parole che i grandi – i cosiddetti grandi – della terra urlano, senza sfumature, sono spade che feriscono i timpani. E la vista, che continua a vedere macerie e corpi a pezzi. Soprattutto a Gaza. Una tregua breve interrotta da una furia che il metro solito della storia non può spiegare. Cancellare i palestinesi dalla faccia della terra o, perlomeno, da quella parte di terra.
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L’Occidente presta a Gaza la stessa attenzione che, un po’ arrabbiato, presta ai dazi, alla Groenlandia, alla crisi dell’auto? Vedo una amara verità. Certi corpi non valgono, quelli dei palestinesi valgono zero. Mi chiedo come un Occidente che si proclama cristiano possa reggere una tale tragica contraddizione di fronte alla storia, che pure sarà scritta, in futuro. Un tremendo giudizio su chi siamo oggi, arriverà.
Per chi – è il mio caso – ha una radice nel pensiero illuminista di Kant e una speranza di giustizia sociale, chiesta a gran voce non solo da Marx e Gramsci, nomi urticanti che stanno tornando alla ribalta, ma da socialisti liberali, come Matteotti, Gobetti, i Rosselli, stare nel presente con pensiero razionale è impresa titanica. Avevamo coltivato illusioni, anziché fondate speranze? Il ritorno dell’Illuminismo kantiano irrobustito dal socialismo liberale sembrava avesse finalmente una chance, non solo formale, dopo la sconfitta del nazifascismo.
Tracce importanti le troviamo in molte Costituzioni, in particolare nella nostra. Sembra scritta da chi era in stato di grazia. Lo erano, in stato di grazia, dopo la ritrovata pace, donne e uomini che, arrivati alla Costituente con la coscienza molto a posto, perché il fascismo lo avevano combattuto e vinto e si sentivano in dovere di dare alla Repubblica una forma opposta a quella della Repubblichina fascista di Salò. Erano in stato di grazia e dissero molti mai più: guerre, sfruttamento dell’uomo sull’uomo, e sempre, invece, uguaglianza, giustizia, libertà, pace.
Libertà è sì cara come sa chi per lei vita rifiuta. Su queste straordinarie parole tornerò. Donne e uomini avevano messo in gioco la vita per ideali che molti grandi – e minimi – della terra ora ridicolizzano, e in molti casi la vita l’avevano consapevolmente perduta. Oggi il presidente del Consiglio dice a noi, che chiediamo di non produrre più armi di quelle che già abbiamo in abbondanza, e con potenzialità micidiali, che vogliamo – noi, stupide anime belle – una Europa che assomigli a una comunità di hippies. Chi erano costoro? Una spiegazione la dobbiamo alla gioventù di oggi. Erano giovani americani, ragazze e ragazzi, degli anni Sessanta e oltre, che dicevano “mettete fiori nei vostri cannoni”. Non a caso, per questo, furono chiamati figli dei fiori. “Fate l’amore, non la guerra”, dicevano.

I maschi di questo movimento cominciarono a strappare le cartoline precetto, perché in Vietnam non volevano andare a dare morte e a morire. Gli USA, nel corso del tempo, ci hanno dato tutto e il contrario di tutto. I figli dei fiori e l’esportazione della democrazia con le armi. L’abolizione della schiavitù, più di sessanta anni dopo l’abolizione fatta dai giacobini, e l’odierno disprezzo per i nuovi schiavi, da imprigionare ed espellere. Per tornare al nostro buio di oggi, il presidente del Consiglio ci disprezza, perché siamo hippies. È un insulto che ci rallegra. A suo tempo, ho avuto grande simpatia per gli hippies.
Libertà e Giustizia. Le ho viste brillare come stelle, non molti giorni fa, a Ravenna. Quasi non credevo ai miei occhi – e orecchie – felice, in queste occasioni, che funzionassero. Sbalordita e felice, per aver fatto esperienza di qualcosa di lontanissimo dal buio del presente. Mi sono trovata in un’altra dimensione. Un mondo parallelo a quello reale? Tanto parallelo da non avere alcun punto d’incontro con quello reale? Le parallele all’infinito si incontrano? Non lo saprò mai. Ma quello che ho visto è reale e non ha la fugacità di un sogno.
Sono state esperienze preziose che vale la pena ricordare. E riguardano la scuola e le ragazze e i ragazzi che la abitano. Anche in questo caso, vedo una amara verità. Per ora, isole di pace e felicità pubblica in un mare in tempesta.
Il 19 marzo scorso, a Sala Corelli del Teatro Alighieri, classi della scuola media Guido Novello, in collaborazione con Emilia Romagna Concerti, ci hanno donato ore di valore altissimo. Letture di testi elaborati da ragazze e ragazzi delle classi terze, dedicati alle vittime della mafia. Musiche deliziose del coro della scuola, anche con voci soliste, di ragazze e ragazzi di diverse etnie. Alla fine, con cartelli scritti, sono stati pronunciati a voce alta, uno per uno, i nomi delle vittime di mafia. Quasi tutte persone che sapevano di mettere in gioco la loro vita nel fare quello che stavano facendo, non chinare la testa di fronte alla violenza della mafia. Come – alcuni nomi per tutti – Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Rita Atria.
Ora preziose, di libertà e bellezza. E di felicità pubblica, condivisa da giovani, insegnanti, genitori, cittadinanza.
Pochi giorni dopo, un’altra esperienza, di altrettanto valore. Sapevo poco, prima, del Dantedì, giornata, da qualche anno, dedicata a Dante, il 25 marzo, ritenuto il giorno d’inizio del viaggio poetico dantesco nell’oltretomba. Preceduto, quest’anno, qui a Ravenna, dalla presentazione di un recente libro di Giacomo Marramao Modernità di Dante. Un libro di grandissimo valore che rende giustizia di ripetuti stereotipi. Dante uomo del medioevo? Certamente. E per questo di pensiero arcaico, regressivo? In realtà, Dante, in modo quasi impensabile, indica una strada a suo tempo avveniristica, l’autonomia della azione politica. Apre la strada a Machiavelli, con la teoria dantesca dei due Soli, di autonomo ed eguale valore, l’Impero e la Chiesa. E al valore della libertà, della dignità umana, in quanto aperta alla conoscenza, oltre la fede.
Marramao smonta una recente vulgata, che afferma essere Dante un pensatore che apre la strada alla cultura della destra. Sorridiamo. Usuale, per un uomo del Medioevo, scegliere come Maestro eccelso Virgilio, un pagano? Una azione che oggi diremmo coraggiosamente laica. Il Dantedì ha al centro la forte e creativa presenza di numerose scuole, medie e superiori. Anche in questo caso, è venuto dalle scuole un messaggio molto alto, fatto di letture, di prose e poesie autoprodotte, di musica, di nuovo il meraviglioso coro della scuola Guido Novello, e di azioni teatrali di livello notevole. Anche in questo caso, giovani attori e attrici di diverse etnie. Pericolo di sostituzione etnica o arricchimento etnico? Un esempio di rapporto diretto con Dante, spostato dalla pagina alla vita, interpretato, anche con ironia e impertinenza. Una vera delizia.
Ma la cosa che più mi ha stupito è che in questo quadro, molto ufficiale, promosso dal Comune, dalla Biblioteca Classense, dall’Ufficio Scolastico provinciale, Patrizia Ravagli e Fabio Sbaraglia mi abbiano chiesto una personale collaborazione. Sanno di una mia forte affezione per il pensiero politico della Arendt, che ha prodotto sostanziali mutamenti nel mio stare nella politica, e mi hanno proposto una lezione che connettesse Dante e Hannah Arendt. Pur perplessa, dopo qualche riflessione, ho accettato, e suggerito questo titolo Libertà. Un dialogo fra Dante e Hannah Arendt. Farò qui una sintesi della mia lezione, rivolta alla gioventù presente e a insegnanti, perché presenta alcuni aspetti che riguardano anche noi, nella tempesta del nostro presente.


Libertà. Un dialogo fra Dante e Hannah Arendt
È possibile un dialogo, a distanza di tanti secoli, fra un uomo e una donna? Lo è. Perché? Perché hanno pensato e messo per iscritto i loro pensieri. Il filosofare – Dante è poeta, filosofo, politico, Hannah filosofa – è sempre un dialogare, confliggere, criticare, approvare, con il tempo venuto prima di noi e con il tempo durante il quale si svolge la nostra vita. Hannah Arendt fu in dialogo con Dante. Nel suo archivio è stata trovata una propria copia del De Monarchia, l’opera dedicata da Dante alla politica del suo tempo. Arendt l’ha sottolineata in più punti. Era quindi in dialogo con lui.
25 marzo. Dante inizia il viaggio. Nel mondo ultraterreno? Così lui ci dice. Ma sono d’accordo con Erich Auerbach. Dante è poeta del mondo terreno, perché nella Commedia c’è tanta storia del mondo e degli umani vissuti prima di lui e suoi contemporanei, fra vizi, virtù, male, bene, passione, politica, etica, fede. Poco manca della nostra umana condizione, nella Commedia. Quello che manca, dopo secoli di prove e molti errori, lo ha aggiunto Hannah Arendt, nell’opera intitolata Vita Activa. La condizione umana. Un robusto filo connette Dante e Hannah. Quale? La Libertà. Una delle più importanti categorie della politica.
Due drammatiche esperienze di vita avvicinano Dante e Hannah. L’Esilio. Dante, cacciato da Firenze per ragioni politiche, non ritrattò mai la sua posizione politica. Se lo avesse fatto, le porte di Firenze si sarebbero per lui riaperte. Invece, ha scelto di fermarsi qui da noi, dove riposa, orgogliosamente libero. Disse NO alla libertà dei servi. L’esilio, fu subìto, da Dante, ma scelto poi, gioco forza, per mantenersi libero.

L’esilio di Hannah Arendt, ebrea in fuga da Hitler nel 1933, prima in Francia, poi negli Stati Uniti, fu causato dal criminale razzismo antisemita della Germania del tempo. Arendt ritornò alcune volte in Germania, per conferenze, ma solo dopo la sconfitta del nazismo, mai più però da cittadina tedesca, come Thomas Mann, d’altronde. Scelse la cittadinanza americana, in omaggio ai padri fondatori della prima democrazia moderna. Tornò in Germania quale studiosa, negli anni Cinquanta, e la sua, più di ogni altra filosofia, spiegò al mondo, nel libro Le origini del totalitarismo, del 1951, tutti i totalitarismi, non solo quello nazista e fascista. Anche del totalitarismo sovietico, nel quale l’eterogenesi dei fini fu sconvolgente.
Il secolo scorso, il secolo dei totalitarismi, è lontano nel tempo? In realtà, è vicinissimo. Disse Primo Levi, a proposito della Shoah. È accaduto, può accadere ancora. I totalitarismi hanno in odio la Libertà e ogni Diversità, che cercano di cancellare, con il terrore, la guerra, la morte, la paura. Allora, chiediamoci. La libertà dei servi è libertà, se quando pieghiamo volontariamente la testa di fronte alla violenza, al sopruso, diventiamo servi? Non è libertà. Dante e Hannah su questo punto si danno la mano.
A proposito di libertà, nella Commedia troviamo un passo che contiene molte inaspettate eccezioni, rispetto alla cultura.del tempo di Dante. Un clamoroso omaggio a Catone l’Uticense, custode dell’accesso al Purgatorio. Virgilio presenta Dante a Catone. Dante, dice, è in viaggio alla ricerca della libertà. E, subito, aggiunge “libertà ch’è sì cara come sa chi per lei vita rifiuta”. Catone si suicidò per non piegare la testa di fronte a Cesare, suo avversario politico. Virgilio ordina a Dante di inginocchiarsi di fronte a lui. Catone è repubblicano, Dante preferisce Cesare, che apre la porta a Giustiniano, che cercò unità e pace per l’Impero. Dante si inginocchia, con ammirazione, di fronte a Catone, repubblicano e pagano. Una lezione di laicità e di pluralismo che lascia sbalorditi e che resta scolpita nella memoria di chiunque si accosti a Dante.
C’è una questione cruciale da sottolineare. La libertà politica non abita nella nostra interiorità. La dimensione interiorizzata della libertà nella esistenza umana non è quella di Dante e di Arendt. Pensare liberamente ma silenziosamente non è agire liberamente nel mondo. È precondizione di libertà, il preziosissimo pensare fra sé e sé, ma non è piena libertà dispiegata. Se vedete una ingiustizia e pensate che lo sia ma non dite in pubblico e a voce alta che è ingiustizia, non state compiendo una azione libera e politica. Su questo punto Dante e Arendt si danno la mano. La libertà è tale se si esprime nella sfera pubblica. La libertà non è faccenda solitaria, si esercita in pubblico e in relazione con altri e altre. Libertà che fu impossibile a Firenze, per Dante, e per Hannah Arendt, nella Germania di Hitler.

Ma chi può esercitare la propria libertà? Per chi è The Freedom to be free? Sono parole di Hannah, lettrice di Dante e di Rosa Luxemburg, donna rivoluzionaria a lei contemporanea e da lei ammirata e studiata. Solo chi non è schiavo del bisogno e del timore per la propria sopravvivenza ha questa libertà. Solo chi da questa schiavitù, il terrore o la fame, riesce a liberarsi. La libertà non può essere un lusso. La storicità delle nostre vite va a finire nei nostri pensieri. I poveri? Dante era terziario francescano, vicino a Madonna Povertà di Francesco, che i poveri voleva sfamarli e curarli. Ma la giustizia sociale come principio politico è materia del nostro tempo. Nella polis giusta la miseria sociale non può esserci.
Pluralità e libertà, si diceva a proposito di Catone. Arendt è la filosofa della Pluralità. Gli uomini, non l’uomo abitano la terra. Le donne, non la donna, abitano la terra, e ogni diverso umano la abita, con gli stessi diritti. Il suo NO all’assolutismo teorico e politico di Platone fu esplicito.
Dante, nel De Monarchia e nella Commedia è profeta di modernità. Nelle sue pagine trovano spazio singolarità, tante diverse storie, la sapienza precristiana, addirittura una Europa unita, oltre i particolarismi ostili. Preferiva un impero giusto e cristiano a tante piccole patrie in guerra fra di loro. Hannah sottolinea nel De Monarchia tutti i passi che riguardano il pluralismo. Due Soli, Dante auspicava, Impero e Chiesa, ognuno autonomo e sovrano nel suo ordine, spirituale e mondano.
In Italia, abbiamo dovuto aspettare il Risorgimento, con Mazzini e Cavour, per la teoria Libera Chiesa in Libero Stato, arrivata poi, e finalmente, nella nostra Costituzione, quasi cento anni dopo. Molta pluralità in Dante. E Laicità. Coraggiosa. Un papa all’Inferno, Bonifacio VIII, che soffiava sul fuoco delle guerre civili nei comuni italiani. Ulisse testimone del valore della conoscenza, ammirato ma all’Inferno. Perché? Non perché voleva conoscere, allievo di Aristotele in anticipo, ma perché non aveva accettato l’esistenza di un limite. Il limite che oggi l’umanità ha superato, con l’atomica. Tema che occupò molto Hannah Arendt. È quindi possibile anche il dialogo sulla questione del limite, fra Dante e Hannah.
Inoltre, fra gli “Spiriti Magni”, Dante colloca non solo Aristotele, ammiratissimo, ma anche il Saladino, esempio di saggia politica, e Averroè, il migliore commentatore di Aristotele. Due musulmani che non sono all’Inferno, ma nel Limbo. Anche nel Paradiso, troviamo pluralismo. Solo gli angeli sembrano lucciole senza nome, attorno alla Candida Rosa, fiore dai molti petali, il vertice della perfezione. Certo, sono tutti cristiani. Ma fra di loro diversi. Due per tutti, Agostino e Francesco, uniti solo dalla fede in Cristo. Per il resto, agli antipodi.
La passione per il mondo, l’Amor mundi, che tanto avvicina Hannah e Dante, nonostante i sei secoli che li separano, è il contrario del disprezzo per il mondo dei mistici. Nel corso dei secoli XI e XII si assiste alla nascita di un genere letterario, che divulga il tema ascetico del disprezzo del mondo. Un best seller fu il capolavoro di questo genere Il disprezzo del mondo (De contemptu mundi, 1195) di Lotario di Segni, poi divenuto papa Innocenzo III. Un papa che disprezzava il mondo, perché, dice, è una cloaca. Andava ripulito dai diversi che lo sporcano. Sterminò quindi gli immondi Catari. Cristo uomo si rivolta nella tomba.
Affido a voi, donne e uomini giovani, il compito di capire chi, oggi, sta usando questi mezzi.
Torniamo al pensiero politico di Dante. Una teoria rivoluzionaria – due poteri, non uno – lontana da Sant’Agostino, e vicina a San Tommaso, ad Aristotele. La politica è cosa umana e razionale. E gli uomini sono animali politici per eccellenza, hanno i mezzi razionali per stare nella polis e per governarla. Per governarla come e per quale obiettivo? Felicità, giustizia, armonia. Dante avrebbe voluto in terra la stessa armonia che vide nell’armonia celeste.
Qui Dante e Arendt non possono darsi la mano. Per Arendt la politica deve fare i conti con la pluralità, quello che i totalitarismi, da lei patiti sulla pelle, non accettano. Politica, per lei, è affrontare e risolvere i conflitti senza violenza. La pluralità comporta conflitti. La politica non è poesia, è prosa, faticosamente costruita, e necessita di manutenzione quotidiana. Sapeva, aveva visto e studiato, che presunte buone intenzioni lastricano vie che portano all’Inferno. E qui, ancora oggi, siamo.
In Dante troviamo tre delle parole chiave dell’opera arendtiana: NASCITA, PLURALITÀ, RIVOLUZIONE. Citare un nome – quanti ne cita Dante? – è un atto evocativo e non solo. È anche un atto politico, che può rivoluzionare il mondo, tornando al buono del passato, e facendo nascere buone nuove cose. E Arendt è filosofa della NASCITA, come nuovo inizio e apertura all’imprevisto, che può dare inizio a rivoluzioni che trasformano il mondo, non necessariamente con le armi. .
Pensiamoci. La nascita di Dante, un dono da noi ricevuto. Francesco, altro dono. Hanno dato inizio a molto di nuovo. Penso da tempo ai neonati uccisi in questi anni da bombe, in continuazione. Di quanti nuovi inizi e doni il mondo è stato privato.
La LIBERTÀ, è il robusto filo che li connette. È per questo robusto filo che possiamo farli dialogare. Stelle, molto amate da Dante. Poche ne vediamo brillare. Ma ci sono.









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