di Maria Paola Patuelli
da http://www.ravennanotizie.it
Si corre il rischio di tornare all’infanzia, quando, ad ogni piè sospinto, si incalzava il mondo adulto, con continui “perché” che avevano quasi sempre risposte soddisfacenti, con le quali si costruiva passo dopo passo la propria vita. Tante erano le situazioni che ogni giorno si incontravano per la prima volta, senza per altro avere memoria di un passato alle spalle.
La novità per noi, oggi, che un passato alle spalle lo abbiamo e a un po’ di memoria storica possiamo appellarci, è di essere preda di ossessionanti “perché” ai quali è impossibile dare risposte che abbiano una qualche parvenza non dico di logica, ma neppure di senso. Mentre sto riflettendo con attenzione sull’esito dei recenti referendum, per comprenderne il significato, e vedo che in questo caso quesiti che pongo a me stessa e a punti di riferimento autorevoli trovano risposte sensate e fondate, vengo distratta da altri insistenti “perché” riguardanti il mondo grande, avvolto in una coltre talmente fitta da non trovare alcuna riposta che stia in qualche modo in piedi.

A proposito dei referendum, alcune risposte sono facili, almeno dal mio punto di vista. L’esito dice non solo che il quorum non è stato raggiunto. Dice anche molto altro. Non è stato raggiunto per due macroscopiche ragioni. L’astensionismo, divenuto una costante crescente, e da tempo. Per le recenti elezioni europee la partecipazione al voto è stata inferiore al dato di partecipazione ai referendum di giugno. La partecipazione al voto nelle recenti elezioni amministrative, a Ravenna, è stata inferiore al cinquanta per cento. È quindi un dato nazionale, e non solo, la disaffezione al voto, ed è una disaffezione al voto che pure è azione politica, non unica, certo, ma vitale, per le democrazie liberali. L’altra ragione. Tranne poche eccezioni e alcune rincorse finali, i media non hanno informato in modo adeguato. A mio avviso, anche i partiti hanno informato poco, con discontinuità e con contraddizioni al proprio interno. Per non tacere dei partiti di governo che hanno detto di non andare a votare. Cosa assai grave.
Inoltre, nonostante l’impegno di molte associazioni della società civile, la vulgata prevalente nei media è stata “è una avventura della CGIL”. Una grande falsità. In ogni quesito referendario erano presenti questioni di grande rilevanza costituzionale. Dignità del lavoro e di chi lavora, valori che sono al centro della nostra Costituzione. E il diritto di avere la cittadinanza, se nel paese da tempo si vive, si lavora e si è in regola con le leggi e la fiscalità.
Tutto negativo, quindi? A mio avvio, no. In questo negativo contesto, dove tutto remava contro, più di quattordici milioni di italiane e italiani sono andati al voto. Non sono piccoli numeri e anche i luoghi dove i numeri si contano dicono molto. Si è votato in modo consistente nelle città, dove vi è maggiore attenzione alle informazioni e dove, probabilmente, il voto è sentito sia come diritto che come dovere. Perché così dice la Costituzione. Inoltre, sono convinta che la maggior parte di chi si è sottratto al diritto e dovere del voto non lo ha fatto per obbedienza al consiglio dei partiti di governo in merito alla astensione, ma per sfiducia verso tutto.
Sfiducia soprattutto di chi avrebbe avuto bisogno, in particolare, di maggiori diritti e tutele in merito al proprio lavoro, che spesso si svolge in condizioni di pesante sfruttamento e in precarie condizioni di sicurezza. Situazione che alla destra non dispiace. Tacere e obbedire. Ma che alle forze democratiche e di sinistra dovrebbe non solo dispiacere, ma anche porre grandi e severi interrogativi sulla propria storica ragion d’essere. Per non dire, poi, dei sì al riconoscimento della cittadinanza inferiori ai sì ai quesiti sul lavoro. Anche in una parte di società civile attenta ai valori contenuti nella nostra Costituzione, riassumibili nel concetto di “centralità della persona”, che va oltre il dove è avvenuta la nascita, accanto al dovere della partecipazione, cosa in ogni caso buona, persiste una certa paura dell’alterità, della differenza, del presunto ignoto, che casomai rigurda un vicino di casa noto e stimato.
Paura che deve porre molti interrogativi su un lavoro culturale e politico che dovrebbe essere con urgenza intrapreso sia dalle forze democratiche e di sinistra che da tutto il mondo della spiritualità religiosa che fa riferimento ai Vangeli. Basti leggere la storia del buon Smaritano o avere ascoltato papa Francesco o ascoltare papa Leone. La teologia cattolica li considera rappresentanti di Cristo in terra. Quindi?
In ogni caso, una parte significativa del popolo italiano è attenta e attiva. Non è chiusa in casa, né coltiva solo il suo giardino. In questo caso, i nostri “perché” hanno trovato risposte che ci consentono di prepararci ai prossimi appuntamenti referendari sapendo di non andare a tentoni e alla cieca. Certo, non sarà cosa semplice spiegare che quello che il governo sta preparando è una vera e propria manomissione della Costituzione, che riprende in mano – parole appena spese da forze di maggioranza – un lavoro che Berlusconi ha lascito incompiuto. Una vera aggressione alla indipendenza della Magistratura, che la Costituzione vuole invece indipendente e non al servizio degli altri due poteri, legislativo e esecutivo. Se la riforma Nordio, in corso di definitiva approvazione, va in porto, un redivivo Berlusconi sarebbe contento. Disse, al culmine della sua stagione, che la Magistratura era un cancro da estirpare e che i Magistrati erano tutti comunisti. E Nordio, con i suoi sodali, affermando che concludono il lavoro berlusconiano interrotto, dice nella sostanza la stessa cosa. Conclusione che una basica logica aristotelica ci impone.
E, di fronte a tutto questo, la Magistratura dovrebbe tacere? Ha già detto parole forti e giuste, fondate appunto sulla Costituzione che si vuole manomettere. Certo, c’è qualcosa che la storia insegna e che è presente soltanto in modo intermittente nel dibattito pubblico, o che si vuole nascondere. Nella storia le cose non restano sempre ferme né accolgono esclusivamente situazioni replicanti. Nei primi decenni della Repubblica nei ministeri e nell’ordinamento giudiziario vi fu piena continuità con lo Stato fascista, con alti funzionari e magistrati che avevano “onorevolmente” servito la dittatura. I libri dello storico Davide Conti spiegano e documentano a fondo la distanza fra Costituzione scritta e i primi anni della Repubblica. Quelli che oggi chiamiamo poteri forti – pubblici o privati che siano – avevano poco da temere, in quel tempo, da quella Magistratura. Una Magistratura che spesso – ricorro ad una espressione che mi insegnò una cara amica magistrata – “aggiustava” i processi in base a desiderata di potenti, mafiosi compresi. Recenti notizie riguardanti l’uccisione di Borsellino lo confermano.
Poi, cosa accadde? Accadde qualcosa che la mia generazione conosce bene. Negli anni Sessanta, un forte risveglio democratico attraversò la società e la giovane generazione del tempo uscì da quella stagione sessantottina con nella testa e, aggiungo, nel cuore – niente di sentimentale – molto antifascismo e molta Costituzione, conosciuta e amata perché antifascista. Fra questa gioventù ci fu un buon numero che, dopo studi giuridici, scelse la Magistratura. Perché? Per mettersi al servizio della Costituzione. Fu un passaggio d’epoca. Chi diffidava di quella gioventù, parlò di “pretori d’assalto”. Gente pericolosa. Come si permette. Eravamo nei primi anni Settanta, ben prima di Tangentopoli, quindi. Anche allora continuarono, i “pretori d’assalto”, il loro difficile lavoro, spesso incontrando ostacoli, o morte. La loro bussola fu, e per molte e molti continua ad essere, la Costituzione. Una Costituzione bolscevica, parole, di nuovo, di Berlusconi. Governare con questa Costituzione è un inferno, disse. E per questo fior di statista si sono fatti funerali di Stato. Ecco un “perché è stato possibile?”, che ostinatamente mi si propone, ma non trovo nessuna risposta che mi restituisca un senso.

Ora passo ai “perché” recenti senza risposta che incombono e derivano non dalla nostra veramente piccola, troppo piccola “patria”, ma dal mondo grande. Un tempo ciò che accadeva arrivava lentamente, o in modo sfocato e con poche, quando c’erano, immagini. La dirompenza degli accadimenti si è fatta tragica in particolare dalla prima guerra mondiale in avanti, quando le fotografie già molto dicevano. Per non parlare delle foto prese appena liberato il campo di Auschwitz e presto diffuse e viste. E, poco dopo, le foto di Hiroshima e Nagasaki. L’orrore fu tale che per qualche tempo violenze e guerre non si spensero ma quei vertici infernali non si ripeterono. Ho appena letto il quesito di un lettore nel Venerdì di Repubblica. Si lamenta, stupito, del fatto che Tomaso Montanari, che nel Venerdì cura una eccellente rubrica di Arte, non manchi mai, ogni volta, di parlare di Gaza. Allo stupore del lettore aggiungo un mio opposto stupore. Mi chiedo come sia possibile continuare a vivere senza pensare continuamente a Gaza.

È un mio sentire che ritrovo – non siamo quindi soli – ogni mattina nell’ascoltare la trasmissione Prima Pagina di Radio 3, che accoglie un dialogo intenso fra cittadine e cittadini e i giornalisti che si alternano. Direi che più, molto più, del 50% dei quesiti – nello stesso numero donne e uomini – si chiedono e chiedono il perché questa mattanza a Gaza, e come è possibile che non ci sia chi è in grado di fermare Netanyahu. Nelle ultime settimane, il peggio. Vengono bombardate le postazioni dove si distribuisce un po’ di cibo, uccise persone che cercano farina per non morire di fame. E questo ogni giorno, da mesi. Massimo Cacciari dà una risposta. Questo accade perché non esiste più il diritto internazionale, nel senso che è carta straccia. Già, ma perché? Perché logiche imperiali, a Ovest e a Est, rivivono, virulente, azzerando decenni di storia pregressa? Perché sia nelle democrazie un tempo liberali – USA -, che in paesi a democrazia sconosciuta – Russia -, che in paesi di storia recente e artificiale – Israele -, compaiono figure che in condizioni “normali” genitori indicherebbero ai loro bambini come figure da cui guardarsi, perché pericolose?
Pericolose perché violente, perché aduse alla menzogna, perché affascinate dalle armi e convinte che sono da farsi solo le guerre, per vincere, naturalmente. Orrori precedenti la seconda guerra mondiale ci sono stati. Il diritto internazionale fu scritto per non ripetere. Viviamo un tornare indietro? Certo, forme di ciclicità storiche nel tempo si sono avute. Oppure è, questo, il nuovo? Prenderne atto senza arrampicarsi sugli specchi? Anche le informate e raffinate considerazioni di Caracciolo e di Cacciari a volte sembrano portarci a questo punto.
Ma, perché? Sono venute meno quasi contemporaneamente le speranze accese dalla rivoluzione d’ottobre e la versione progressista dell’Occidente capitalistico, che, finita la guerra fredda, ha mostrato di nuovo il volto aggressivo, ma ingenuo, della esportazione della democrazia, con le armi, naturalmente. Vedasi la guerra all’Iraq dei primi anni Novanta che poi, con l’abbattimento delle Twin Towers, ebbe effetti che sconvolsero il mondo, non meno, anzi più, credo, di quanto non abbia sconvolto il mondo la rivoluzione d’ottobre. Questa è una descrizione, non una spiegazione. Pensare che tutto ricomincia sempre con la forza, con la guerra, fatte salve le innovazioni tecnologiche, non meno dirompenti delle guerre, è, di nuovo, una descrizione.
Ma, perché? Il mio punto debole è la vocazione filosofica alla ricerca delle cause. La filosofia è nata così. La disciplina storica è nata per questo. E la scienza, a seguire, pur senza la presunzione di produrre verità indiscutibili e definitive. Ma “perché” che possano consentirci di non ricominciare sempre da capo non lo troviamo. Fra i pensieri, desideri, amarezze che troviamo in Seneca o in Agostino, o i tentativi di ricerca della felicità che troviamo in Epicuro, o la saggezza umanistica e pessimista di Leon Battista Alberti, e la nostra condizione umana, di oggi, c’è continuità. La netta discontinuità c’è invece fra l’indicazione data da Kant – ricercare la pace perpetua – per uscire dalle guerre, tutte, nessuna esclusa, insensate, e recenti parole di Angelo Panebianco, che ridicolizza la pace perpetua, seppure senza citare – per creanza – Kant. Per Panebianco, i casi sono sole due. O prepararsi alla guerra con intelligenza, per farla bene, o prepararsi male e così si perde. Tertium non datur. È il “si vis pacem para bellum”, che piace alla Meloni, donna, madre, cristiana. Con Panebianco e Meloni siamo a un motto in voga in periodo tardo romano, quando l’Impero già stava annaspando. E sappiamo come, quell’Impero, è andato a finire.

“Perché” esaustivi li hanno trovati le religioni? Quelle a noi note – ebraismo, cristianesimo, islam – non direi. Hanno avuto e sicuramente hanno ricadute, non di rado pacifiche, nelle vite delle singole persone. Ma nella storia dell’umanità? Le Costituzioni e il Diritto internazionale si sono date, dopo la seconda guerra mondiale, grandi finalità e di natura non religiosa, ma politica, oserei dire razionale, visto che la storia, con le guerre, dimostra la loro tragica inutilità. Lo avevano capito, un po’ di tempo fa, Gesù, in tempi più recenti Francesco, patrono d’Italia, un paio di secoli dopo, Erasmo, che definì le guerre inutili e stupide. Cosa resta di Erasmo? Una storia luminosa e il progetto, a cui è stato dato il suo nome, che porta giovani europei in giro per l’Europa, appunto, per studi in Università diverse dalla propria. Una scelta simbolica di grande significato, smentita, oggi dalle scelte europee di riamo massiccio perché, appunto, la cultura della pace è uscita dal radar, e il diritto internazionale non esiste più. Homo homini lupus, da Plauto a Hobbes, nonostante i tanti secoli che separano le loro vite. Una semplice presa d’atto.
L’Europa, di fronte a Gaza, è silente, o balbetta. Perché? E Trump che bombarda l’Iran per fare rinsavire – dice – l’amico Netanyahu, tranquillizzandolo con una guerra estranea a qualunque diritto internazionale, come lo spieghiamo? E Putin, che invade e bombarda l’Ucraina, conosce il diritto internazionale? Lo conosce e lo disprezza. Roba da femminucce. E Trump, dopo la guerra dei dodici giorni contro l’Iran, per farsi bello, aggiunge: abbiamo fatto un buon lavoro, come facemmo a suo tempo con la atomica su Hiroshima e Nagasaki. Risparmiammo, allora, tempo e denaro. Non mi sono accorta che in Giappone qualche reazione ci sia stata. Lo spero.

Ma parte di opinione pubblica, negli USA, sta reagendo. Alcuni giovani, donne e uomini, di parte democratica e socialista – ci sono socialisti in USA! -, stanno emergendo e mettendosi al lavoro, un lavoro che sarà lungo, per liberare gli USA non solo da Trump ma dal mondo che lo ha prodotto. La Corte suprema, nella mani di Trump, sta cercando di fermare i giudici che si oppongono alle leggi terrificanti, e in realtà incostituzionali, che Trump sta gettando addosso a intellettuali, giornalisti, studenti, immigrati. Un pendant in Italia, proprio in questi giorni. La Corte di Cassazione, con robusti argomenti, ha smontato il decreto sicurezza, diventato legge, dimostrandone insensatezze crudeli – come sbattere in strada persone che sono in case vuote, senza dare loro una alternativa, o arrestare e punire con il carcere chi protesta pacificamente – e numerosi profili di incostituzionalità. Giudici che sentono come propria bussola la Costituzione, potranno fare ricorso alla Corte Costituzionale. Vedremo.
Ma perché questo tornare alla giungla della forza come unica strada? Forse perché la legge della giungla vige dall’inizio della storia e la cultura della pace, tenendo conto del peso della lunga durata, come ci ha insegnato Fernand Braudel, è appena comparsa e non ha ancora messo vere radici? La giungla ha radici profonde, e quelle dei Vangeli, invece, sono appena spuntate? ll diritto internazionale, che intendeva diffondere universalismi a prescindere da religioni e tradizioni, è, per ora, solo utopia? Non ha ancora prodotto radici concrete? È un palcoscenico pieno di domande e non ho risposte.
Concludo con un altro “perché” senza risposta. Giorni fa non mi sono sottratta al fascino della fama di Federico Faggin. I suoi libri furono, nel corso del tempo, occasione di riflessioni scambiate con Lella e Pietro Albonetti. L’amicizia con Lella e Pietro, per me alimento prezioso di cui sento, ora più che mai, la mancanza, si è nutrita di lunghe ore, nel corso di tanti anni, dedicate a setacciare, più con domande che con risposte, il mondo. Politica, storia, filosofia, arte e, per loro, la speranza che non tutta la nostra vita finisse con lo spegnersi del nostro corpo. Negli ultimi tempi, Pietro ricorreva a Faggin per esaminare l’ipotesi che la nostra coscienza potesse avere un suo proseguire, anche dopo. E citava il libro di Faggin, ormai famoso, Irriducibile. La coscienza, la vita. I computer e la nostra natura.
Irriducibile. L’aspetto interessante, per Pietro, si trovava nel fatto che Faggin fosse uno scienziato, un fisico, non un religioso, come se questo aspetto lo rendesse, per me non credente, più rassicurante e credibile. Per questa ragione mi sono recata ad ascoltare Faggin, qualche giorno fa. Per continuare il dialogo, purtroppo a distanza, con Lella e Pietro. Non mi soffermo sulla teoria di Faggin, per molte ragioni a me inaccessibile. Prendo nota che la nostra coscienza ha, lui dice, un suo rapporto con la fisica quantistica. Interessante per me, scolara di Spinoza, la sua visione unitaria del tutto, ovvero Deus sive Natura. Tutto è UNO. Qui mi trovo a casa. Quindi, nulla si crea, nulla si distrugge e tutto si trasforma, come disse Lavoiser. Anche questa “verità” mi era nota e tutto torna, anche con Spinoza, peraltro mai citato da Faggin.

Ma qualcosa nel suo dire mi ha stupito. Il non interagire in alcun modo con il monaco Alessandro Barban, priore di Camaldoli, che lo ha presentato con molta finezza e profondità di argomenti, molto spinoziani, più che cattolici. In altri tempi, Barban sarebbe stato in odore di eresia. Inoltre, mi ha stupito il non rispondere di Faggin ad alcune domande del pubblico, centrate soprattutto su una richiesta, riguardante in qualche modo la propria immortalità. Ma la mia coscienza manterrà la memoria di me? E, il male, come lo spieghiamo? Nessuna risposta. Invece, Faggin insiste, quasi rimproverandoci, su una sua personale esperienza che definirei extracorporea. Arrivato a un punto di grande insoddisfazione per come era la sua vita, una notte fu attraversato da una grande energia che lo mise in diretta connessione con l’UNO. Esperienza che la ricca letteratura riguardante esperienze mistiche ha abbondantemente raccontato.
Quindi, la ricetta. Chi non è soddisfatto della sua vita, cerchi di rendersene conto e l’energia lo metterà in connessione con il tutto. Ma, gli chiedono, cosa è questa energia? Risposta, per me sbalorditiva. È amore. Dal mio punto di vista, le risposte di alcuni presocratici risultano più convincenti. Eros e Thanatos. Amore e Odio, in un difficile equilibrio, che a volte si rompe, regolano o distruggono il mondo. Le nostre piccole vite sono nel mezzo di questo – contemporaneo – rompersi. So, ma non ho le prove, direbbe Pier Paolo Pasolini.
Ma al pubblico presente all’incontro con Faggin, nella meraviglia del Chiostro Grande della Classense, questo importava? Il pubblico. Da tempo immemorabile non vedevo tanto pubblico accorso ad un incontro con un autore. Che pubblico era? Mediamente attempato. Desideroso, credo, di essere rassicurato sul “dopo”. Moltissimi giovani erano nel Chiostro piccolo, e non ci hanno raggiunto. Il fine vita è per loro lontano. È più vicina Gaza, che resta fuori, data la nostra piccola vista, dalla fisica quantistica che, per Faggin, potrebbe, se lo vogliamo, portarci in una luce che è amore. Anche oggi, sono morti, a Gaza, decine di bambini, abbattuti perché cercavano cibo. Altre decine stanno morendo di fame.
Che dire? Lella e Pietro, credo, sarebbero con me in questo interrogarmi senza risposte.









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