Paola Patuelli: come diventai femminista

Le Socie Scrivono – Pagina 2 – La Casa delle Donne di Ravenna

Se ripenso al mio incontro con il femminismo, ho la conferma di una mia ormai consolidata convinzione.

Ogni nostra storia è una storia al singolare. Singolare è stata la mia origine, che considero, ora, fortunata.

Per molto tempo l’ho considerata semplicemente normale. Madre e padre erano antifascisti resistenti. Mia madre Silvia aveva respirato il bisogno di liberà in una famiglia antifascista e sua madre, senza tanti discorsi, le aveva mostrato come si conduce una vita libera. Mio padre Nello fu una eccezione, rispetto ai maschi della sua generazione. Desiderava una figlia femmina perché, diceva, le donne sono migliori degli uomini. Aveva avuto una ottima madre e un pessimo padre. E generalizzò, senza tanti approcci teorici. Silvia fu fra le fondatrici dei Gruppi di difesa della Donna e, subito dopo la liberazione, dell’Udi di Ravenna. Emancipazione per lei era un insieme inscindibile di antifascismo, diritti, lavoro. Il conflitto fra i sessi, che vedeva e soffriva, era uno dei tanti volti di una società ingiusta. Il socialismo lo avrebbe risolto, e l’Udi poteva essere per questo una utile strada.

L’emancipazione l’avevo quindi in casa e – pensavo – la libertà già mi apparteneva.

L’incontro con il femminismo è stato tardivo ed è avvenuto all’interno di una strada che si è aperta dentro al mio partito, il Pci. Verso la fine degli anni Ottanta, quando molti terremoti erano in corso o stavano avvicinandosi. Livia Turco incontrò il femminismo romano e ne comprese la forza, che vedeva l’emancipazione come dato storico acquisito e indicava nuove mete, che solo le donne in relazione fra di loro potevano intravedere.

C’era una nuova cultura da mettere al mondo. Tutto da ripensare. Modi di vivere, riconoscimento dei limiti allo sviluppo, relazioni familiari, sessualità e amore, immaginari arcaici da decostruire.

Un lavoro immane, da fare con forza, autonomia di giudizio, libertà.

Fuori da vecchi recinti.

Già Enrico Berlinguer, anni prima, aveva compreso e detto che nella storia stavano entrando nuovi protagonismi, da riconoscere e da ascoltare, come le donne, i giovani, gli ambientalisti. Credo quindi di essermi avvicinata al femminismo per questa strada, rivelatasi poi molto stretta, dentro il/un partito.

Ma, per mettermi in regola con la mia coscienza, ho cominciato un mio itinerario. Certo, in relazione con amiche, femministe da tempo, o femministe recenti, con le quali, per qualche anno, facemmo vivere un gruppo di riflessione, che chiamammo Aspasia, omaggio alla compagna di Pericle, donna libera e sapiente.

Ma presi anche una mia strada singolare, di studio e ricerca, per recuperare decenni perduti. Lo feci con due care amiche, Piera Nobili e Serena Simoni, con le quali, per circa venti anni, concepimmo corsi e semimari di studio e dialogo, fra noi e con molte altre donne. In particolare, con le Donne in Nero di Ravenna.

I precedenti anni, però, non erano del tutto perduti, perché lo studio della storia e della filosofia, monopolio dell’uomo fino a pochi decenni prima, mi aveva dato strumenti di indagine certamente non disprezzabili. Ma da quel momento – indagine ancora in corso, dopo più di trenta anni – ho privilegiato, pur continuando a studiare anche altro, lo studio della storia delle donne scritta da donne e della filosofia pensata da donne.

Mi sono guadagnata quel po’ di femminismo che è in me, passo dopo passo, fatica dopo fatica. Fatica che mi consente di resistere ad ogni tentazione di enfasi teorica e retorica. Perché il femminismo non è uno, ma molti. Non è sovra storico ma storico, fin dalle sue origini. E qui si aprirebbe un’altra complicata storia, una ricerca che non finirà mai.

L’incontro con Lea Melandri ha poi rafforzato la mia precedente laicità nell’affrontare ogni questione, femminismi compresi. Laicità che accoglie anche la relazione con gli uomini – pochi – che stanno mettendo in discussione la loro storia, il virilismo simbolico e il tragico nesso fra presunto amore e possessiva violenza che ancora nutre una guerra che viene da molto lontano, dalle origini della cosiddetta umana civiltà. Per dare continuità a questa inedita relazione fra donne e uomini, abbiamo fondato a Ravenna, nel 2008 – molte donne e qualche uomo -, l’associazione Femminile Maschile Plurale.

In questo modo, un po’ tortuoso, sono diventata femminista. Anche femminista. Non solo. Sono una creatura animale, di razza umana, e di sesso femminile. Chiusa in casa in questo momento, perché una pandemia dovuta in buona misura alla razza umana, con responsabilità prevalentemente maschili, in casa ci costringe.

Ravenna, 29 aprile 2020

Anziani, fragili e liberi

L’articolo che segue é di due femministe di forte pensiero. Con una conclusione illuminante. Il nostro non è un appello. È una dichiarazione di RESISTENZA.

Cura della memoria. Ipocrisie varie. E l’incuria delle vite. Si sta parlando molto di anziani, in questi giorni. Per l’ecatombe di molti di loro in case protette in Lombardia. Per fortuna che erano protette!

Per raccomandazioni che vengono fatte a chi cura. Dovrete, dovete scegliere chi salvare. Per misure restrittive obbligatorie per gli anziani, quando si arriverà alla fase due. Dovete restare in casa. Sono gli ultimi atti di un bio potere che non è cosa nuova.

Nel passato abbiamo avuto storie tragiche, fra olocausti, stupri etnici, genocidi, eugenetica, respingimenti. O forme più sottili di discriminazione, più ambigue, più “razionali”. Ma il metro è sempre lo stesso. Ci sono corpi che valgono, corpi che valgono meno, corpi che non valgono per niente. In questi giorni di cittadinanza difficile, mi sono sentita protetta da due “sfere” lontane che hanno parlato, però, lo stesso linguaggio. Sono presenti nelle parole di Maria Luisa e di Grazia.

Papa Francesco, solitario di fronte a San Pietro. Per lui i corpi hanno tutti lo stesso valore.

E la Costituzione. Discriminazioni per età e condizione non possono esserci.

Ci sono pochi respiratori? Fabbricateli in fretta. E in attesa che siano pronti? Dateli nell’ordine dell’arrivo in ospedale delle persone ammalate. Non credo ci sia altra strada. Meglio il caso che la scelta, che sarebbe drammatica. Ci porterebbe indietro, in un arretramento di civiltà terrificante.

Buona lettura.

Paola Patuelli

Anziani, fragili e liberi

di Maria Luisa Boccia e Grazia Zuffa

Gli/le anziani/e sono sempre più al centro del discorso sulla pandemia. Dal numero elevato di morti solitarie, senza gesti e parole di conforto e accompagnamento, alle file delle bare, alle molte espressioni di ricordo, tra le prime del Presidente Mattarella, tra le più recenti, di Papa Francesco. Si rende omaggio alle generazioni dei “nonni”, formate dalla guerra e dalla ricostruzione. Memoria per il futuro.

Questa cura della memoria contrasta però con l’incuria delle vite. Con “la strage dei nonni”, consumata nelle Rsa, con le tante, troppe, morti, neppure ricordate nei numeri, perché sono avvenute nelle case, senza diagnosi. E contrasta con la realistica ammissione che l’età è un requisito negativo, nella decisione su chi attaccare al respiratore. “Già ora siamo costretti a scegliere chi curare.”, scrive Giuseppe Gristina, in una lettera al presidente della Fnomceo, per ribadire le ragioni della SIAARTI (la Società degli anestesisti e rianimatori) nell’adottare “Raccomandazioni di etica clinica”, per l’ammissione o sospensione dei trattamenti intensivi, nella drammatica emergenza della pandemia.

Le decisioni sono prese “in pieno accordo con i familiari” precisa Gristina, ed hanno lo scopo di sostenere chi è “in prima linea”, alleggerendo la responsabilità personale, con l’individuazione di criteri obiettivi di “giustizia redistributiva e appropriata allocazione di risorse”.

Questione complessa, questa del rapporto tra salute individuale e salute pubblica (fra il diritto di ciascuno a essere curato nel migliore dei modi possibile e la finalità di salute pubblica di assicurare la migliore tutela al maggior numero di persone); fra responsabilità personale e l’individuazione di criteri obiettivi, generali, presunti equi.

Ed è vero che non riguarda solo l’emergenza, ma la normalità. Ridotta, se non risolta, la carenza dei posti di terapia intensiva, è passata in secondo piano anche la valutazione, non secondaria, su quale organismo possa fornire criteri bioetici per decisioni così dirimenti.

Resta il fatto che la questione è emersa. Chi è anziano ha minori aspettative di vita, sia come guarigione, sia come tempo guadagnato. Nel bilanciamento costi/benefici, la sua vita vale meno della sua morte. Detta così è dura, ma è coerente con il principio di “appropriata allocazione delle risorse”. E aiuta a svelare quanto sia retorica la commemorazione collettiva dei “nostri” nonni.

Se stiamo ai fatti, la pandemia ha prima messo a nudo le carenze di una sanità, basata sugli ospedali, gestiti come aziende anche se pubblici, deprivate di attrezzature, a cominciare dalle più semplici ed indispensabili, con personale sanitario insufficiente e sottopagato.

Dopo, ha spalancato le porte delle Case di Assistenza per anziani, abbandonate a se stesse, in tutto e per tutto. Senza criteri minimi di sicurezza e neanche di ragionevolezza: se è vero che in alcune Rsa sono stati trasferiti pazienti contagiati dagli ospedali. Al momento non sappiamo se ci sono responsabilità penali.

Ma pesano molto di più quelle politiche. E non possono essere accertate, né tantomeno assolte, dalla magistratura. L’intero sistema sociosanitario si è dimostrato inadeguato e distorto. Invece di garantire la cura, in prossimità e costanza, muovendosi cioè verso chi ne ha bisogno, potenziando i servizi nel territorio, si è andati in direzione contraria. Con il risultato di fare dei luoghi di cura ed assistenza una sorta di sistema concentrazionario, divenuto il focolaio ideale per il contagio.

Preso nelle maglie di questa rete l’anziano/a è diventato/a simbolo della vulnerabilità umana. Quei vulnerabili intesi come “gruppo a parte”, distinti e distanziati dagli “altri”. Come se ognuno/a di noi non fosse diversamente vulnerabile; esposto/a al rischio e portatore, a sua volta, di rischio per altri.

L’anziano/a vulnerabile non è solo la vittima predestinata, già uno stigma pesante. E’ anche il pericolo da scongiurare, perché a maggior rischio degli “altri”, di ammalarsi gravemente e di pesare sull’assistenza ospedaliera. Ed è perciò oggetto di un “programma particolare”, di percorsi specifici nell’ auspicata “riapertura” del paese alla vita.

Quando cioè gli/le altri/e torneranno ad animare gli spazi pubblici, dalle strade ai luoghi di lavoro, ancor più bisognerà proteggere gli/ le anziani/e dal contagio. “Mettendoli/e al riparo anche dall’isolamento e dall’afa”. Così Sandra Zampa, sottosegretaria al Ministero della salute, riassume sul Corriere della sera (14 aprile) le linee guida per la fase 2 della terza età. Prima di lei Ursula von der Leyden aveva ipotizzato il prolungarsi dell’obbligo di restare a casa fino a dicembre, forse oltre.

La protezione è il fine, l’obbligo normativo è il mezzo. Come se la casa fosse davvero un rifugio, e non un altro potenziale focolaio del contagio. Soprattutto quando gli/le altri/e che vi abitano torneranno a muoversi, affollandosi nelle strade, nei treni e autobus, nelle fabbriche e negli uffici, nelle scuole, nei centri commerciali.

C’è una parte consistente di anziani/e che vive solo/a, o in coppia. Ma sono numerosi i nuclei familiari di genitori e figli/, ed anche con nonni/e. Abbiamo forse dimenticato le tante inchieste sui figli e le figlie che vivono in famiglia, dopo i 30 anni? Con genitori anziani, considerato l’innalzarsi dell’età in cui si fanno.

La verità è che la casa non sarà più un rifugio per chi è una risorsa economica, da rimettere all’opera nella produzione e nel consumo. I pensionati e le pensionate sono tanti/e, nonostante l’innalzamento dell’età pensionabile. Ci sono anche i lavoratori e le lavoratrici in età avanzata, che sono però sfavoriti/e rispetto ai più giovani. Più vulnerabili, meno produttivi.

Dall’ imperativo “non contare gli anni”, vivi come se tu fossi diversamente giovane, siamo precipitati nel pozzo della segregazione. Del resto, non è la prima volta che la vulnerabilità giustifica la sorveglianza e la restrizione di spazi di vita.

Da sempre alla reclusione e alla vigilanza sono stati sottoposti i soggetti fragili; considerati un rischio per l’ordine sociale, presi come segmenti di popolazione a vario titolo “disabili”, sui quali sperimentare i dispositivi del bio potere, combinando presa in carico e disciplinamento.

Sempre in ragione dell’interesse e benessere collettivo. Per la prima volta l’esperimento coinvolge una generazione, senza distinzioni di classe, di sesso, di appartenenza a un territorio. Almeno in apparenza. Dietro lo stesso divieto, la realtà delle disuguaglianze continua a determinare le vite.

Ma il nascondimento più profondo è un altro. Quello di fare del potenziale contagiato l’untore, il pericolo per la salute pubblica. Trasgressori e trasgressive saranno additati/e alla riprovazione collettiva: minacciati/e, denunciati/e, multati/e da solerti funzionari di Stato. Succede già.

È possibile, ed auspicabile, che un programma di protezione, basato sulla reclusione, sollevi dubbi e riserve in termini di opportunità ed efficacia. Ma è grave che la proposta non abbia subito suscitato un coro di rifiuti. Eppure, si tratta di una violazione di libertà costituzionalmente garantite, non giustificata dalla necessità di tutelare la salute pubblica.

L’intento dichiarato è infatti quello di tutelare la salute personale, anche contro la volontà dell’anziano/a. In breve di “violare la libertà di cittadini adulti, capaci di scegliere per sé cosa fare e cosa rischiare”, come denuncia Vladimiro Zagrebelsky (Stampa, 14 aprile). Eppure, un’alternativa ci sarebbe: informare correttamente sui rischi, offrire a chi ne ha bisogno sostegni adeguati.

Da tempo proprio nella pratica medica si è adottato un orientamento opposto, ed il consenso informato è diventato una condizione preliminare ad ogni trattamento medico. I cittadini/e possono rifiutare le cure, anche quelle salva-vita, e possono indicare in anticipo la loro volontà in merito.

E la Corte Costituzionale ha aperto all’ipotesi di poter richiedere il suicidio assistito medicalmente assistito, anche se non ancora normato. Di colpo è come se spazzassimo via tutto, tornando alla logica vecchia della presa in carico da parte del potere, investito della decisione su vita e morte, salute e sicurezza.

Si pretende che lo accettiamo in nome dell’emergenza? No, fermatevi. Questa soglia non va varcata. Non è un appello, È una dichiarazione di resistenza. Ci opporremo in tutti i modi che troveremo per farla rispettare.

12 aprile 2020

Freud quanto ci manchi: senza di te torniamo al Medioevo

Mentre non poche amiche ravennati sono in viaggio verso Roma, per gridare, ancora una volta, che le donne non sono oggetti da usare, violare, uccidere, rileggo un bellissimo recente articolo di Lea Melandri. Un articolo che evoca Freud.

Evocare un uomo, e non una donna? Freud non è amato da alcune filosofe femministe. In effetti, la questione non è amarlo. Ma riconoscere il debito che abbiamo verso il suo pensiero. Cosa che Lea, femminista senza ombra di dubbio, fa con grande onestà intellettuale, perché Freud ha sollevato un velo sull’abisso di molti “non detti”. Ha ridotto a ben poco la cosiddetta normalità. Ha svelato radici oscure che ci hanno trattenuto – uomini contro donne – in un inferno che sembrava naturale, e che il femminismo ha radicalmente messo in discussione.

Ora, le giovani donne di “Non una di meno”, le violenze che abbiamo subito, che subiamo, vogliono reciderle, tutte. Una per una. Cominciando a nominarle, descriverle, enumerarle, gridarle.
A suo tempo lessi con attenzione e ammirazione “Il disagio della civiltà” e “Il caso Dora”.
Ma non ricordavo queste due righe strepitose:

L’uomo non è una creatura mansueta, vede nel prossimo non soltanto un eventuale aiuto e oggetto sessuale, ma anche un invito a sfogare su di lui la propria aggressività, a sfruttarne la forza lavorativa senza ricompensarlo, ad abusarne sessualmente senza il loro consenso, a sostituirsi a lui nel possesso dei suoi beni, ad umiliarlo, a farlo soffrire, a torturarlo, a ucciderlo.

Sigmund Freud


Non so se qui le radici violente sono nominate tutte. Quasi tutte, certamente. Grazie, Lea. Per questo prezioso promemoria. Buon lavoro oggi a Roma, care amiche ravennati.
Paola Patuelli

Freud quanto ci manchi: senza di te torniamo al Medioevo.

Il Riformista 1 novembre 2019
di Lea Melandri

A Wilhem Fliess, l’ “amico segreto” con cui intrattiene uno scambio intenso, intellettuale e, pur nella castità, dichiaratamente amoroso, nel periodo più originale della sua scoperta -gli studi sull’isteria, l’autoanalisi, l’interpretazione dei sogni-, Freud scrive: “Io non sono né uno scienziato né un osservatore né uno sperimentatore né un pensatore. Non sono altro che un conquistador per temperamento – un avventuriero, se volete tradurre il termine – con la curiosità, la baldanza e la tenacia propria di quel genere di individui.”

A ottant’anni dalla sua morte, in una situazione come quella di oggi che ha visto eclissarsi i confini tra privato e pubblico, le “viscere della storia” travolgere le difese innalzate dalla civiltà occidentale a riparo da tutto ciò che ha considerato “il mondo caotico dell’antiragione”, che posto viene dato all’eccezionale esploratore dell’animo umano e alle sue conquiste? Se si esclude la breve parentesi del ’68, quando la psicanalisi ha fatto la sua breve comparsa nel movimento degli studenti e nel femminismo, considerata necessaria per una politica spinta “alle radici dell’umano”, negli anni che seguirono sembrò che della materia segreta, portata allo scoperto da Freud, non fosse rimasto, come scrisse Elvio Fachinelli, che “il flusso torrenziale delle immagini e delle voci che percorrono il mondo come un inconscio diffuso a tutta la ionosfera”.

Nonostante il riconoscimento che era stato fatto allora a Freud e a Marx come rivelatori dei fondamenti della coscienza borghese, il primo a partire dalla crisi della famiglia, l’altro dalla nascita dell’industria, le nuove prospettive aperte dalla ricerca di nessi tra poli astrattamente contrapposti – individuo/società, biologia/storia, ecc. – non durarono a lungo.

A Freud fu riservata la stessa critica che i movimenti non autoritari rivolgevano a una società repressiva, patriarcale, proprio nel momento in cui appariva chiaro il declino della figura paterna e l’emergere, dietro il consumismo di massa, di un fantasma materno saziante e al medesimo tempo divorante.

Era uno strano, ingiustificato destino per l’intrepido avventuriero che aveva osato penetrare il rimosso innominabile della storia dei padri, sfidare l’io onnipotente della ragione tecnico-scientifica e burocratica, addentrarsi nel mare procelloso del mondo emotivo.

Si può dire che della sua grande scoperta, la “cura delle parole”, si era valso fin dai suoi inizi il femminismo, spostando l’attenzione sulle problematiche del corpo – sessualità, maternità, aborto, salute, ecc. -, e avviando con l’autocoscienza una pratica capace di inoltrarsi in quelle estreme regioni che stanno tra inconscio e coscienza, per far luce su una visione del mondo dettata dall’uomo ma forzatamente interiorizzata dalle donne stesse.

La scoperta della sessualità infantile e dell’influenza che ha la preistoria degli umani sui sistemi sociali, non poteva che affiorare nell’animo inquieto di un uomo-figlio; l’analisi in chiave psicologica dell’isteria, l’attenzione straordinaria, partecipe e lungimirante, con cui Freud si addentra nelle inedite storie delle sue pazienti, sarebbero inspiegabili senza quel movimento parallelo che piega lo sguardo su di sé, su quella “parte femminile” che l’uomo tiene celata dentro la corazza della virilità.

Sulla strada del suo avventuroso viaggio nel mondo ignoto della vita psichica, Freud non poteva non incontrare prima di tutto il sesso che la storia ha identificato con le sue origini – corpo, natura, animalità, mortalità -, e cioè la donna. Ma non avrebbe potuto leggere così a fondo nelle vicende e passioni contraddittorie dell’esistenza femminile, se non avesse contemporaneamente scoperto in se stesso il protagonismo del corpo e dell’immaginario sessuale.

Non c’è dubbio che è la tenerezza filiale a fargli vedere come “esente da ambivalenze” la relazione madre-figlio, a collocare nella unità a due dell’origine il modello di ogni felicità, a riconoscere nell’attaccamento della figlia alla madre un desiderio sessuale analogo a quello del maschio, e nella “svolta” verso l’uomo un destino che avviene non senza forzature ed eccezioni. Esemplare, da questo punto di vista, è “Il caso Dora”, l’analisi di una omosessualità femminile, che è stata oggetto di uno dei miei primi scritti legati al femminismo, pubblicato sulla rivista “L’erba voglio”.

A fronte della crisi che attraversano oggi le democrazie occidentali, costrette a prendere atto che dietro il voto della maggioranza si nasconde spesso un inconscio reazionario, che la civiltà e la barbarie non hanno mai smesso di affrontarsi e confondersi nello spazio pubblico, che aver lasciato “insondate” le acque profonde della persona ha spogliato il cittadino delle sue difese, ciò che colpisce è proprio il silenzio della psicanalisi e la dimenticanza caduta sul suo fondatore. Il grande disordine in cui viviamo è fatto di libertà prima sconosciute, consapevolezze nuove, grandi mobilitazioni popolari, messa in discussione di modelli considerati a lungo “naturali” – l’eterosessualità, le figure di genere, la famiglia patriarcale – , ma anche di spinte restauratrici, rivalse, ritorni a forme arcaiche di potere.

Sessismo, classismo, razzismo, colonialismo, fascismo, parlano la lingua di un inferno rimosso, segnalano presenze del passato che premono per la propria reincarnazione. Nel suo saggio “Il paradosso della ripetizione”, scriveva Elvio Fachinellli: “Nessuna antropologia che si voglia all’altezza del suo oggetto potrà in futuro trascurare di esaminare e approfondire queste “potenze interne.”

Per quanto riguarda, in particolare, la violenza maschile contro le donne, la sequenza allarmante dei femminicidi, è ancora la lezione di Freud, le sue stesse contraddizioni, a indicare una via d’uscita che non sia solo quella della tutela delle vittime e dell’aggravio delle pene per gli aggressori. Per capire il peso che ha il prolungamento dell’amore nelle sua forma originaria, la fusione col corpo della madre, nel creare vincoli di dipendenza e indispensabilità anche là dove non sono necessari, e di conseguenza spinte a spezzarli con la violenza, alcune pagine del saggio “Il disagio della civiltà” sono tuttora illuminanti.

“Che cosa desiderano di più gli uomini ottenere dalla vita?”, si chiede Freud. La risposta è semplice: “diventare e essere felici”, una felicità che collocano nell’amore – amare e essere amati -, così come lo hanno conosciuto alla nascita, quando Io e Tu erano ancora tutt’uno. Nessuna meraviglia se questo desiderio primordiale si prolunga nell’innamoramento e nella coppia amorosa adulta, considerata “stabile” solo quando “la moglie diventa anche la madre del proprio marito”. L’idealizzazione della coppia madre-figlio impedisce a Freud di vedere quanto siano sovrapposte e confuse le due pulsioni, amore e morte, che egli vedrà come due istinti paralleli, e quanto sia in contraddizione la sua nostalgia di figlio con la lucida consapevolezza del rapporto di potere che ha segnato storicamente il rapporto tra i sessi.

Nessuno ha descritto con tanta precisione e profondità quella che potremmo chiamare l’ essenza del sessismo: “L’uomo non è una creatura mansueta, vede nel prossimo non soltanto un eventuale aiuto e oggetto sessuale, ma anche un invito a sfogare su di lui la propria aggressività, a sfruttarne la forza lavorativa senza ricompensarlo, ad abusarne sessualmente senza il loro consenso, a sostituirsi a lui nel possesso dei suoi beni, ad umiliarlo, a farlo soffrire, a torturarlo,a ucciderlo.”

La grandezza di chi “esplora” e apre la strada verso nuovi paesaggi è quella di saper cogliere esigenze radicali, possibilità in quel momento impossibili, ma destinate per ciò stesso a ricomparire, o come semplice ripetizione o, nel migliore dei casi, come “replica” in cerca di una via di uscita. Volendo essere ottimisti, è questa seconda opportunità che si ci augura di veder nascere dal caos in cui ci troviamo oggi a vivere.