di Lea Melandri
introduzione di Maria Paola Patuelli
Pubblicato su Il Manifesto il 17 gennaio 2025

Quando, dal 1946 al 1948, le Madri Costituenti diedero un grandissimo contributo alla
ideazione e scrittura della Costituzione, l’onda antiautoritaria e il femminismo degli anni
Settanta non erano neppure pensabili. Poi arrivarono, ed ebbe inizio una vera e propria
rivoluzione, senza armi. Una rivoluzione che ha scosso le fondamenta di molte società. Il
patriarcato è stato studiato, analizzato, interpretato. In molte parti del mondo la vita delle
donne è cambiata. Ci fu chi pensò, e scrisse, che il patriarcato era morto. Che sia entrato
in crisi, ha una certa evidenza. Ma è in atto una revance, altrettanto evidente. Che
attraversa le case e sta arrivando, ovunque, anche nei poteri, nelle Istituzioni e nelle
leggi che ne derivano. E nella geo politica. Con le guerre, espressione estrema della
violenza, con patriarchi l’un contro l’altro armati. Un imprevisto c’è, ed è quello di donne
armate, e non solo di parole, donne che hanno fatto propria la cultura patriarcale.
Continua la guerra nelle case, laddove maschi ritengono insopportabile la libertà di donne
che, non più materne e a disposizione, anche se non femministe, il profumo della libertà
l’hanno respirato e non possono più farne a meno.
Ma quello che fu un fondamentale assunto del femminismo “il personale è politico”, l’esatto
contrario del “i panni sporchi si lavano in famiglia”, ora è spesso visibile, nello spazio
pubblico, nel dibattito, nei media, nel farsi delle leggi, nei conflitti. Se ne parla, e sempre di
più, in Italia, dal tragico femminicidio di Giulia Cecchettin in avanti.
C’è un passo nell’articolo di Lea Melandri che condivido, e già lo pensavo, a
proposito di violenze: “ non si può negare che siano “umanamente comprensibili”.
Se non fossero comprensibili, potremmo concludere che il femminismo è stata una
rivoluzione inutile, e che non c’è nulla da fare. Invece, siamo in grado di spiegare.
Uomini che uccidono le donne non sono mostri inumani, sono umani. I patriarchi sono
umani. I violenti sono umani, troppo, direbbe Nietzsche. Umani che senza madri, o chi per
loro, non possono vivere. Bastano ergastoli, carcere e pene severe per prevenire?
Inevitabile punire. Ma il problema è decostruire. Solo cultura, educazione, pratiche sociali
e politiche potranno togliere, in tempi probabilmente non veloci, la terra sotto i piedi ai
patriarchi ancora vivi e, probabilmente, neppure consapevoli, di essere patriarchi.
Paola Patuelli
L’articolo
La violenza di genere è oggi al centro del dibattito pubblico, giudiziario e politico. Se ne
parla in trasmissioni radiofoniche, televisive, giornalistiche, con attenzione a vicende
anche non recenti in relazione ai processi che vi hanno fatto seguito. Da caso di cronaca,
patologia del singolo, vicenda ‘privata’, la problematica che ruota intorno al rapporto tra i
sessi, nei suoi aspetti di violenza manifesta, si è notevolmente estesa, fino ad arrivare alla
presidenza degli Stati Uniti, nella persona del nuovo eletto: Donald Trump.
Mi sono chiesta quale legame ci può essere tra fatti che hanno come elemento comune
donne che sono state uccise, violentate, aggredite sessualmente, sottoposte a controlli
polizieschi umilianti, o soltanto molestate, ma che si scostano per la prima volta dalla
semplice richiesta di protezione per le vittime e carcerazione più pesante per gli
aggressori. Penso al processo con cui Trump è stato riconosciuto colpevole di
“aggressione sessuale” nei riguardi della scrittrice Jean Carrol, poi licenziata dalla rivista
Elle, a cui il caso sembra aver fatto perdere molti lettori e lettrici, alle ragazze belghe che
nella notte di Capodanno in piazza Duomo a Milano sono state fatto oggetto di violenza di
gruppo, alle attiviste di Extinction Rellion, Ultima Generazione, che arrestate dopo una
pacifica manifestazione davanti al gruppo industriale Leonardo a Brescia sono state
costrette a denudarsi e a fare flessioni, un trattamento di controllo riservato solo a loro e
non ai maschi. E penso ai due processi, ritornati al centro dell’attenzione mediatica per le
sentenze discutibili con cui si sono chiusi recentemente: il caso dell’imprenditore Salvatore
Montefusco, che due anni e mezzo fa ha ucciso la moglie e la figlia di lei, e a cui la Corte
di Assise di Modena ha commutato l’ergastolo in trenta anni di carcere, riconoscendo
come attenuante del suo gesto “motivi umanamente comprensibili”; a quello di Alex Cotia
che ha ucciso il padre dopo aver assistito per anni alle violenze contro la madre, e che in
Appello è stato assolto per “legittima difesa”.
La novità e la ragione del rilievo che ha preso una violenza rimasta per secoli all’interno
delle case, nella privatezza in cui il dominio maschile ha confinato la sessualità, le
relazioni di coppia, i ruoli familiari, è che a esserne scopertamente investite oggi sono
istituzioni di primo piano, come le Corti di Appello, la Polizia di Stato, e, nel caso Trump, la
Presidenza di quella che è ancora la prima potenza mondiale. Tutto ciò che è rimasto
ambiguo e impresentabile del legame perverso tra amore e potere nel rapporto tra i sessi
viene allo scoperto nei luoghi che sono parsi finora più lontani ed estranei. Che il
sessismo, o se si preferisce la cultura patriarcale, non sia mai stata assente dai poteri e
saperi della vita pubblica è una di quelle “evidenze invisibili” che ancora aspettavano di
venire portate a consapevolezza, e forse ad abbattere un tabù così duraturo non poteva
che essere la violenza contro le donne nel suo aspetto più feroce ed arcaico: il potere
maschile di vita e di morte sul sesso che è stato considerato e per ciò stesso asservito,
come “natura inferiore”. Nel suo libro Il dominio maschile (Feltrinelli 1998 ) Pierre Bourdieu
sottolinea il fatto che il sessismo è inscritto nelle istituzioni ma anche “nell’oscurità dei
corpi”: “La divisione tra i sessi sembra rientrare nell’ “ordine delle cose”, come si dice
talvolta per parlare di ciò che è normale, naturale, al punto da risultare inevitabile. Essa è
presente, allo stato oggettivato, nelle cose (ad esempio nella casa, le cui parti sono
“sessuate”) in tutto il mondo sociale e, allo stato incorporato, nei corpi, negli habitus degli
agenti, dove funziona come sistema di schemi, di percezione, di pensiero e di azione.”
Riconoscere l’aspetto “oggettivo” della rappresentazione maschile del mondo, il suo
radicamento considerato la “normalità” di ogni ordine sociale, oggi, saltati i confini tra
privato e pubblico, non è più separabile da vissuti, pregiudizi, sentimenti, costruzioni
mentali, che si accompagnano all’atto violento e che, nell’immediato, sembrano spiegarne
la ragione. L’ assillo ossessivo e doloroso della “gelosia”, per l’abbandono da parte di una
moglie, di un’amante, di una fidanzata, la “rabbia e l’odio”, così come la “paura” di un figlio
si è trovato per anni ad assistere alla violenza contro la madre da parte di un genitore
violento, non si può negare che siano “umanamente comprensibili” e che possano
produrre un “black out emozionale ed esistenziale”. Allo stesso modo, se può restare
sorpresi e indignati che sia una corte giudiziaria a parlare del rapporto conflittuale
all’interno di una coppia, delle “frustrazioni” subite a sua volta da un coniuge violento, e ad
assumerle come “attenuanti” in un processo di duplice femminicidio, come nel caso di
Salvatore Montefusco. Negare la complessità, le ambiguità, l’annodamento perverso di
passioni contrastanti, come potere e amore, desiderio e respingimento, che sono
all’origine della durata millenaria del dominio maschile, vuol dire sottrarsi alla
consapevolezza del suo aspetto del tutto particolare, che è la confusione con le
esperienze più intime dell’umano.
Quello che mantiene viva l’attenzione dei media e l’indignazione che passa attraverso i
social e le voci di tante ascoltatrici e ascoltatori delle radio è, giustamente, l’uso che
consapevolmente o meno viene fatto del risvolto “soggettivo”, “esperienziale” del gesto
violento per coprire ancora una volta la realtà storica di un fenomeno, che come tale, pur
senza misconoscere la responsabilità del singolo, parla del condizionamento che lo
anticipa e lo sovrasta. Da ciò si dovrebbe dedurre che non è con l’aumento delle pene che
si può arginare o prevenire la violenza di genere, in qualsiasi forma si manifesti, ma con
un processo educativo che investa la scuola, fin dall’educazione primaria, ma anche la
società nelle sue strutture portanti, politiche, culturali, economiche, giudiziarie e
informative.








