La domanda di Giorgia Serughetti. Perché la Flottilla fa paura? E la sua risposta.

La domanda di Giorgia Serughetti. Perché la Flottilla fa paura? E la sua risposta.

Introduzione all’articolo a cura di Maria Paola Patuelli

Certamente, non perché è una flotta che comprende imbarcazioni, per quanto numerose, ma che
sono, di fatto, piccole e disarmate. Infatti, il gigante Israele le sta già minacciando, il gigante Golia che, da tempo, è alla potenza delle armi, che si affida. A nient’altro. Ma ci fu, poi, il piccolo Davide, che …
Giorgia Serughetti in questo importante articolo, che era nella prima pagina di Domani del 12
settembre, sottolinea che  Flottilla è sicuramente un simbolo di SUMUD, che in arabo
significa RESISTENZA. SUMUD, una parola che, da qualche settimana, è stata imparata bene, e
fatta propria, in tante parti del mondo. Una parola che, d’ora in avanti, entra a pieno titolo in una
universale koinè.
Meloni, per sminuire l’importanza di Flottilla, la definisce simbolica, politica. Tale sua definizione
ci fa capire questo, di lei. Che ignora la forza del simbolico, che non di rado, nel corso della storia,
ne ha cambiato l’indirizzo. Sia chiaro, sia nel bene che nel male. E politica. E cosa altro dovrebbe
essere, se non mostrare al mondo che alla distruzione del diritto internazionale non ci si arrende, e
si cercano strade concrete, e non solo teoriche, per affermarlo? Quale è il mio primo diritto, una
volta nate e nati? Vivere. Dire e chiedere questo, certamente  è politica.
Flottilla rappresenta, in questi giorni, la punta di un diamante che brilla molto, come accade
spesso alle “punte”, che hanno dietro di sé donne, uomini, movimenti, in molte parti del mondo,
dalle Università americane, alle città europee, italiane e, nella nostra piccola realtà provinciale,
alle città del ravennate. Da anni siamo in piazza per dire che il popolo di Palestina ha diritto di
vivere. Allora, portare cibo e medicine ha certamente valore,  simbolico, umanitario, politico.
Solo per il popolo di Palestina? In realtà, anche per noi, per chi ci rappresenta negli equipaggi.
Siamo parte di quell’Occidente che non intende, in alcun modo, farsi complice, né della smisurata
crudeltà di Netanyahu e del suo governo, né della timida lentezza dell’Europa di fronte a quello
che, di fatto, è un genocidio. Nella Flottilla ci sono donne e uomini di ogni parte del mondo. E’ una
forma di internazionalismo, un concetto e una speranza che illuminò la nostra gioventù. E che ora
si tinge di forme e nuovi colori. Rimettere al mondo il diritto internazionale e farlo applicare, senza
sconti per nessuno. Se le parole  di pace, i presidi nelle piazze e nelle Università non  sono stati
visti e sentiti, Flottilla e i corpi che la abitano hanno la grande forza che ogni RESISTENZA, ogni
SUMUD hanno avuto nel corso della storia.
Paola Patuelli


Articolo Giorgia Serughetti
La Flotilla è più di un simbolo, per questo fa paura
in Domani, 12 settembre 2025
 
In arabo la parola “sumud” significa resistenza, tenacia, speranza nel futuro. Perciò c’è da aspettarsi
che avvertimenti, minacce e intimidazioni dirette contro la Global Sumud Flotilla, la più grande
azione civile internazionale mai organizzata per tentare di rompere il blocco navale di Gaza, non
basteranno a fermare le più di cinquanta imbarcazioni già in viaggio o pronte a partire dai porti del
Mediterraneo.
Non si fermerà, la missione, nonostante le assai tiepide garanzie di tutela ricevute da gran parte dei
governi europei, incluso quello italiano, che non nasconde la sua contrarietà. Giorgia Meloni
definisce l’iniziativa «simbolica» o «politica», per diminuirne il valore concreto di aiuto. I partiti di
opposizione, che hanno a bordo alcuni dei propri rappresentanti, replicano che il fine non è solo
simbolico, né politico, ma «umanitario»: la Flotilla cercherà di aprire canali di aiuto per la
popolazione di Gaza, affamata dalla carestia e stremata dai bombardamenti

Se però il successo o insuccesso della missione si dovesse misurare solo sull’effettiva consegna
delle tonnellate di aiuti trasportati, si perderebbe di vista quello che, già alla partenza, e forse ancor
prima, va considerato come il vero valore, né solo simbolico né solo umanitario, dell’iniziativa.
Ovvero lo sforzo, che risalta di fronte all’inerzia della politica istituzionale, di dare forma a una
possibilità, dunque a una speranza. È per quella speranza che decine di migliaia di persone sono
scese nelle strade e nelle piazze, a sostegno della missione.
La Flotilla è, prima di ogni cosa, una performance, un movimento di corpi che si espongono nella
loro vulnerabilità disarmata. Corpi che rivendicano collettivamente quello che Judith Butler chiama
il «diritto di apparizione». Non per mostrare narcisisticamente sé stessi, ma per produrre
performativamente un “noi”, un “popolo”; non un popolo di “salvatori bianchi”, ma
costruito attraverso un’alleanza solidale, capace di forzare i confini militarizzati, e di contestare
l’ingiustizia di forme sistemiche di oppressione. Mettendo in scena i valori e i principi che ambisce
a vedere attuati nel diritto e nella politica internazionale, la Flotilla dà vita a quello che, con una
formula forse un po’ usurata, chiamiamo “un altro mondo possibile”.
Parlare di politica performativa non significa ridurre la missione a pura rappresentazione. Al
contrario, la forza della Flotilla sta nella sua capacità di produrre, attraverso la concretezza di un
“popolo” attivo e solidale, i presupposti di legittimità per un ordine diverso, in cui la violenza
sull’inerme sia bandita. E di farlo esponendo al rischio di violenza l’inermità di persone che
godono, a differenza degli abitanti di Gaza, del privilegio della “bianchezza”, o di un passaporto
dotato di valore nel sistema internazionale.
Non è, questa, un’azione né inutile, né innocua. Ne è una prova la sproporzionata violenza con cui
Israele minaccia di colpire gli equipaggi, come già ha fatto in passato nei confronti di missioni
simili ma più ridotte.
La Flotilla fa paura a Israele perché, proclamando la sua solidarietà con la popolazione palestinese,
manda in pezzi l’idea di un “noi” dell’“Occidente” che ha in Tel Aviv un avamposto difensivo
contro il resto del mondo.
La missione disturba anche i governi europei meno inclini a condannare Israele, e la stessa Unione
europea, perché falsifica la narrazione secondo cui non c’è niente che si possa fare per fermare il
genocidio. Il messaggio che lancia non è diretto solo a Netanyahu e ai suoi ministri. È rivolto anche
a “noi”, è un atto di denuncia dell’inazione di tutti quei paesi che lasciano sia fatta carta straccia del
diritto internazionale.
È proprio, infine, il diritto internazionale a ritrovare forza nell’azione degli attivisti. Che non ce la
faranno senza il sostegno di altri attori governativi e intergovernativi, che non riusciranno a
produrre un ordine politico nuovo con la sola forza di gambe e braccia, ma indicano la strada per
rifondare il diritto, oltre la violenza degli eserciti e dei confini.

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