Sul ri-leggere il già letto

Sul ri-leggere il già letto

di Marina Mannucci


Vladimir Nabokov sostiene che «stranamente, non si può leggere un libro, lo
si può soltanto rileggere» spiegando che «quando leggiamo un libro per la
prima volta il processo stesso di spostare faticosamente gli occhi da sinistra a
destra, riga dopo riga, pagina dopo pagina, quel complicato lavoro fisico sul
libro, il processo stesso di apprendere in termini spaziali e temporali di che
cosa si parla, si interpone tra noi e la valutazione artistica» 1 . Ciò che cambia
dalla seconda lettura in poi è che, probabilmente, aumenta la nostra capacità
di assorbire e mettere in relazione i vari elementi di un testo.
Nel mese di giugno ho ricevuto in dono la nuova edizione Bollati Boringhieri
di Amore e violenza, Il fattore molesto della civiltà 2 ; un’occasione per
rileggere il libro di Lea Melandri – saggista, giornalista, attivista e socia
fondatrice di Femminile Maschile Plurale – coglierne, a distanza di tredici
anni, alcuni passaggi del pensiero che mi erano sfuggiti e, apprezzarne con
maggior consapevolezza, le molte citazioni e “intersezioni”.

Ogni periodo della vita ci vede inclini a porre attenzione a determinate
tematiche a seconda dell’evolversi della nostra biografia privata, pubblica o
professionale. In questo mio riprendere in mano il volume di Lea, tra le tante
sottolineature e appunti a matita via via registrati sul libro, le citazioni
riguardo alle opere di Charles Alexis Henri Clerel de Tocqueville (Verneuil,
Seine-et-Oise, 1805 – Cannes 1859), mi hanno indotto a riavvicinarmi alle

opere dello storico e politico francese, tra i maggiori esponenti del liberalismo
ottocentesco, autore di studi sulla democrazia e sulla società americana e
occidentale.
Riporto le citazione di Lea.
«Nel prospettare l’evoluzione delle «democrazie» verso forme inedite di
«dispotismo», Alexis de Tocqueville già nel 1840 notava come i suoi
contemporanei fossero «incessantemente affaticati» da due contrarie
passioni: il bisogno di essere guidati e il desiderio di restare liberi, una
condizione che li faceva essere al medesimo tempo «indipendenti e deboli»:
Se cerco di immaginarmi il nuovo aspetto che il dispotismo potrà avere nel mondo, vedo una folla
innumerevole di uomini eguali, intenti solo a procurarsi piaceri piccoli e volgari, con i quali soddisfare i loro
desideri. Ognuno di essi, tenendosi da parte, è quasi estraneo al destino di tutti gli altri: i suoi figli e i suoi
amici formano per lui la specie umana; quanto al rimanente dei suoi concittadini, egli è vicino ad essi, ma
non li vede; li tocca ma non li sente affatto; vive in se stesso e per se stesso e, se gli resta ancora una
famiglia, si può dire che non ha più patria. Al di sopra di essi si eleva un potere immenso e tutelare, che
solo si incarica di assicurare i loro beni e di vegliare sulla loro sorte.[…] 3 ».
Ed ancora a pagina 82 Lea ci ricorda che: «Di fronte a questo impasto ibrido
e indifferenziato di ripiegamenti arcaici e accelerazioni postmoderne in cui è
immersa la nostra società, tornano a far riflettere le pagine finali della
Democrazia in America, di Alexis de Tocqueville: «Credo, dunque, che la
forma di oppressione di cui sono minacciati i popoli democratici non
rassomiglierà a quelle che l’hanno preceduta nel mondo […]le antiche parole
dispotismo e tirannide non le convengono affatto. La cosa nuova, bisogna
tentare di definirla, perché non è possibile indicarla con un nome» 4 . A pag.
117 Lea scrive che: «L’esito che Tocqueville delinea per le democrazie
occidentali è meno paradossale di quanto sembri: l’atomizzazione porta «ogni
cittadino a isolarsi dalla massa dei suoi simili, a mettersi da parte con la sua
famiglia e i suoi amici, in modo che dopo essersi creato una piccola società
per proprio uso, abbandona volentieri la grande società a se stessa», ma non
può impedire che resti comunque prigioniero dell’opinione generale, che «lo
abbraccia, lo dirige, l’opprime» 5 . Un’ultima citazione delle storico/politico
francese riguarda i bisogni ai quali la politica oggi è chiamata a dare risposta:
«Quando si constata con sorpresa – come nel caso degli operai che votano a
destra – che «identità sociale» e «soggettività politica» sono scisse, si dice,
indirettamente, che l’individuo, non solo non coincide con il cittadino – anzi,
diceva Tocqueville, è il suo «peggior nemico» -, ma non si identifica neppure
totalmente con la sua collocazione nei rapporti di lavoro, col suo essere in un
territorio, né solo col suo ruolo sessuale nella coppia, nella famiglia» 6 .
Una menzione a Tocqueville la riporta anche Paola Patuelli
nell’articolo/saggio Democrazia, declino o risveglio? Interrogativi in un giorno

di mezza estate fra Yunus e Calderoli pubblicato sulla sua rubrica settimanale
A.B.C. della Della Democrazia. C come Costituzione del giornale online
Ravennanotizie.it, (proposto anche sul sito di Femminile Maschile Plurale):
« Sento il bisogno di una riflessione – non è la prima volta – sulla
democrazia. Termine che rischia di essere generico se non ambiguo, se non
viene analizzato nel contesto storico di riferimento. Storici e politologi se ne
occupano da tempo, perlomeno, stando nell’età contemporanea, a partire dal
seminale La democrazia in America (1835 e 1840) di Alexis de Tocqueville
(nella foto). Uno sguardo esterno, il suo, di europeo altezzoso ma lucido. Fu
incerto, nel suo giudizio, fra simpatia e sospetto. Prevalse il sospetto. Dal
tempo di de Tocqueville ad oggi, di acqua sotto i ponti ne è passata molta, fra
costituzionalismo, più o meno liberale, democrazie popolari illiberali, quindi
non democrazie, e dittature. Su alcune analisi di de Tocqueville varrà la
pena, poi, tornare» 7 .

A seguito degli stimoli ricevuti dalle letture dei testi di Lea e di Paola, ho
quindi riletto alcuni testi di Tocqueville riflettendo sui Dilemmi della
Democrazia.
Nei giorni scorsi, parlando con l’amico Mario Bencivenni – Storico
dell’architettura e dei giardini, di storia del restauro e della tutela – anche con
lui, ci siamo trovati a ragionare di Democrazia e della cosìdetta Autorità che
viene dal popolo: partendo da Tocqueville e giungendo, inevitabilmente a
Hannah Arendt. Ci siamo lasciati piacevolmente travolgere da pensieri a
confronto alle 6 del mattino, prima che Mario riprendesse il treno per Firenze 8
. Il giorno prima, con Alberto Giorgio Cassani, Mario aveva parlato dell’Arte
dei giardini, durante un evento promosso a Case Murate, da Sabina
Ghinassi, Presidente di rete Almagià. Davanti a un caffè caldo, con il cielo
che iniziava a schiarire, sottovoce, ci siamo infervorati riguardo al concetto di
Democrazia, ed è stato automatico evocare Hannah Arendt, una delle
intellettuali più importanti del ‘900 i cui saggi, tanti e tutti importanti, sono oggi

tradotti in tutte le lingue. Riguardo al concetto di Democrazia «l’importanza
della riflessione di Arendt» mi dice Mario «consiste non tanto nella
valutazione dei modelli di questa forma di “governo” che accompagna la
costituzione delle comunità umane in forme politiche organizzate cioè in stati,
ma nell’indagare sullo stesso limite di questa forma di governo  codificata
nella tradizione della polis greca da Platone,  insita nella seconda parte del
termine cioè “crazia”  che in greco significa appunto potere». Mario mi spiega
che Arendt sostiene che il significato di questa parola tradisce il primo vero
elemento sorgivo della polis greca che è quello di “isonomia” termine che,
infatti, non contiene la parola “ crazia” ».  Il termine Isonomia dal greco isos
“uguale” e nomos “legge” che risale alla tradizione del pensiero politico greco,
prima di Arendt è sempre stato tradotto come “uguaglianza dei cittadini
davanti alla legge. «Arendt riconduce, invece, il termine  al processo
generativo della norma cioè ad uno spazio fisico comune dove “uguali”,
collettivamente e in modo partecipato, stabiliscono norme condivise e
riconosciute tali per la realizzazione del bene comune di tutte/i. Insomma un
processo orizzontale» mi spiega Mario mentre è in procinto di prendere il
treno «partecipativo di uguali che esistono in uno spazio comune, rispetto
all’idea verticale di un potere di leggi che comunque è tipico anche del
modello politico della Democrazia. Alla Arendt non interessa che il potere sia
del popolo piuttosto che di una oligarchia o di un sovrano, ma  che non ci sia
un potere. Infatti, parlando della nascita della polis greca, ricorda  che in
quella realtà originaria essere liberi significava “essere liberi dalla
disuguaglianza connessa ad ogni tipo di dominio e muoversi in una sfera
dove non si doveva governare né essere governati”( Vita Activa, Milano,
Bompiani, 1964 , p. 24) ».

Prima di salutarci, Mario mi ricorda, inoltre, che fra i/le tanti interpreti del
pensiero politico di Arendt quella che, secondo lui, ha meglio capito il
concetto di Isonomia e la critica dell’essenza della Democrazia formulati dalla
Arendt sia stata la filosofa Adriana Cavarero. «La Cavarero ha illustrato  e
spiegato questo concetto antico di Isonomia ripreso dalla Arendt  in un bel
saggio intitolato  Democrazia Sorgiva (Cortina Editore, 2019) ».

Dovrò ri-leggere anche alcuni testi di Arendt e Cavarero.

Note:

1 Vladimir Nabokov, Lezioni di letteratura, a cura di Fredson Bowers, Introduzione di John Updike, traduzione
di Ettore Capriolo, Garzanti, Milano, 1982, pag. 33
2 https://www.bollatiboringhieri.it/libri/maddalena-melandri-amore-e-violenza-9788833921945/

3 L.Melandri, Amore e violenza. Il fattore molesto della civiltà. Bollati Boringhieri, Torino, 2024, pp-50-51, la citazione
interna è tratta da A.de Tocqueville, La democrazia in America, Rizzoli, Milano, 1999, pp732-733
4 Ibidem citazione interna pag. 82.
5 Ibidem citazione interna pag. 117
6 Ibidem citazione interna pag. 145-146

7 https://www.ravennanotizie.it/rubriche/a-b-c-democrazia/2024/08/20/a-b-c-della-democrazia-c-come-
costituzione-democrazia-declino-o-risveglio-interrogativi-in-un-giorno-di-mezza-estate-fra-yunus-e-calderoli/

8 Evento ideato dalla compagnia tostacarusa, su commissione di GEA Green Economy and Agriculture Centro per la
Ricerca, che ha visto anche la lettura scenica “per un’attrice e un giardino”, con la partecipazione di Aura Ghezzi e la
drammaturgia e regia di Tolja Djokovic. Produzione sostenuta da E production e Z.I.A. Zona Indipendente Artistica.

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