Violenza maschile Cosa ci dicono le uscite disastrose di Valditara e Meloni sulla strada che resta da fare contro stupri e femminicidi e per intervenire sul terreno che li condiziona
di Lea Melandri
Ci voleva l’intervento provocatorio e interessato di Valditara per riportare di nuovo il femminicidio dalla cronaca nera all’onore delle prime pagine dei giornali, un esito sicuramente contrario a quello che si proponeva. L’obiettivo era di sviare l’attenzione dalla cerimonia che si stava svolgendo in una sala del parlamento per presentare la Fondazione Giulia Cecchettin, e quello che il femminicidio della giovane studentessa ha rappresentato grazie alle parole del padre e della sorella: l’uscita della violenza contro le donne dal «privato», la consapevolezza che si tratta di una questione sociale e politica del massimo rilievo, che come tale interessa tutti gli uomini.
MA CI VOLEVA anche l’ignoranza o la dabbenaggine di un ministro della istruzione che riduce un fenomeno storico politico e culturale, come il sessismo o il dominio millenario di un sesso sull’altro, a un fatto giuridico, la modificazione del diritto di famiglia del 1975, per capire quanto sia ancora poco conosciuta nel nostro Paese la cultura femminista. A ciò si è aggiunta la falsa, maldestra, risibile attribuzione del femminicidio alla presenza di «migranti illegali» nel nostro Paese, per capire che a Valditara della educazione dei sentimenti, della problematica dei generi interessa soprattutto che non entri nella scuola, e che la campagna su cui la destra può trovare consensi è la paura dello «straniero», del «diverso», il nuovo capro espiatorio.
Quale altra discutibile pensata dei Ministri del governo Meloni dobbiamo aspettarci ancora per non lasciar cadere nell’indifferenza complice dei politici, intellettuali, opinionisti di questo Paese, consapevolezze e cambiamenti che hanno ormai una storia alle spalle, una produzione di sapere e pratiche politiche indispensabili per affrontare la violenza sessista, che si dice a parole di voler «prevenire»?
La mattina del 19 novembre abbiamo potuto ascoltare nelle rassegne stampa le semplificazioni di Valditara, che faceva coincidere la fine del patriarcato con la riforma del diritto di famiglia del 1975, cioè con una norma giuridica che riconosce la parità dei sessi all’interno della famiglia. La sera, su La7, la giornata si è chiusa con le semplificazioni di Cacciari, per il quale il patriarcato tramonta col romanticismo, quando l’autorità del padre comincia a declinare. Quello che non ci si aspettava dalla rozzezza dell’attuale ministro dell’istruzione, si è constatato con stupore di non trovarlo nemmeno nelle parole di un filosofo di conclamato rispetto.
Come è possibile confondere la patria potestà con quel «principio paterno», di ben più remota origine, che Bachofen nel matriarcato definisce come «natura superiore», «liberazione dello spirito dai fenomeni naturali», in contrapposizione al «principio della maternità», rimasta a rappresentare la «componente carnale dell’uomo», la «sfera inferiore della creazione»? Forse è per l’ambiguità della parola «patriarcato» che ho sempre preferito usare altri termini, come «dominio maschile» o «sessismo», per definire un rapporto di potere che ha visto una maschilità e virilità vittoriosa, porsi come l’Umano nella sua assolutezza.
Scrive Sandro Bellassai nel suo libro La mascolinità contemporanea: «L’uomo – il maschio – è quasi scomparso, l’ Uomo – l’essere umano – ha invaso tutta la scena. Sovrapponendosi i due termini (allo scopo di mantenere agli uomini il primato) il maschile si nasconde dietro l’universale, o meglio, «si traveste da universale (…) la parzialità maschile scompare, in apparenza, nella solennità di una voce da unità di misura del mondo umano; il femminile è invece differenza, parzialità, genere, alterità, specificità. L’uomo è norma, la donna eccezione (…) gli uomini sono incapaci di vedere la propria identità di genere».
IL COMMENTO di Giorgia Meloni all’intervento di Valditara sui femminicidi è stato ancora più pesante delle parole del Ministro, in quanto ne ha avvalorato la falsità e l’intento subdolo di spostare la violenza contro le donne sulla campagna contro i migranti – facile capro espiatorio del disagio – e far passare in ombra al medesimo tempo il salto della coscienza storica prodotto dalla scelta dei familiari di Giulia Cecchetin di non additare nell’assassino il mostro, ma la ricaduta di una cultura millenaria che alimenta la violenza maschile contro e donne in tutte le sue forme, invisibili e manifeste.
Forse non è casuale se un fenomeno come il sessismo, che a tratti si impone come emergenza politica per poi scomparire altrettanto improvvisamente, torna a occupare le prime pagine dei giornali in prossimità della Giornata internazionale della violenza contro le donne. E lo fa con interventi di una gravità evidente, come possono avere quelli che vengono dai massimi rappresentanti del governo di un Paese.
C’è un solo modo efficace per tentare di prevenire non solo i femminicidi e gli stupri, ma anche il terreno che nascostamente, invisibilmente li condiziona, ed è andare alla radice dell’umano: un’educazione al rapporto col diverso che cominci dai primi gradi di istruzione, l’attenzione all’individuo nella sua interezza, corpo e pensiero, sentimenti e ragione. Non è proprio questo ripensamento dei saperi, delle discipline e dei linguaggi, nati da tutti i dualismi che abbiamo ereditato, che è temuto da chi ci governa, in quanto portatore di un cambiamento che si lascia alle spalle la tradizionale retorica autoritaria e populista del motto «Dio, Patria e Famiglia»?








